In una conferenza stampa ormai famosa, tenuta il 23 marzo 1989 nella
piccola Utah University di St Lake City, due professori di elettrochimica
, Fleischmann e Pons (F&P) annunciarono i risultati di una serie
di esperimenti [1] da loro condotti che avrebbero potuto cambiare il
destino dell'umanità. Tramite elettrolisi di acqua pesante (D2O)
a temperatura ambiente su un elettrodo di Palladio in un recipiente
da 200 mL si sarebbe prodotto un eccesso di energia, sotto forma di
calore, presumibilmente originato da una reazione di fusione nucleare
"fredda" tra nuclei di deuterio.
In pratica
era la promessa di energia pulita, illimitata, a costo quasi nullo.
La notizia finì immediatamente sulle prima pagine dei quotidiani
di tutto il mondo: riportata, però, con condizionali e punti
interrogativi. Da subito, infatti, fu chiaro un dilemma: da un lato
la credibilità precedente di due seri accademici, dall'altro
il fatto che, secondo tutto quanto ci è noto delle fisica nucleare,
per innescare questi processi, superando la barriera di repulsione coulombiana
dei nuclei, sono necessarie temperature sull'ordine dei milioni di gradi.
Ma l'esca
era troppo ghiotta, e in molti laboratori di tutto il mondo - a questo
punto soprattutto di fisica - si tentò di ripetere gl esperimenti
cruciali. Non è questo il luogo per ripercorrere i primi dieci
anni di storia della fusione fredda. Innegabilmente però, alle
prime speranze, entusiasmi, curiosità seguì una fase di
scetticismo e delusione [2] quando si constatò che gli esperimenti,
sostanzialmente, non erano riproducibili: non da gruppi ricerca diversi,
e spesso nemmeno nello stesso gruppo. Gli stessi F&P non riuscirono
a ripetere il loro primo e più clamoroso esperimento (una cappa
distrutta dall'energia sviluppata!).
I due
processi ritenuti verosimili erano
D +
D ---> p + 3H
D +
D ---> n + 3He
siccome
non si trovava traccia di protoni e neutroni (10 -9 volte meno del previsto),
F&P ipotizzarono la prevalenza della reazione
(normalmente
del tutto trascurabile)
D +
D ---> 4He + calore
I "fusionisti"
si diedero ad esplorare sistematicamente le condizioni sperimentali
per ogni concepibile sistema deuterato, liquido o gassoso, elettrodi
di metalli diversi, ecc. Tutti erano alla caccia di protoni, neutroni,
elio o energia emessa superiore a quella con cui la cella veniva "caricata";
ognuno sosteneva la propria "ricetta", ognuno difendeva i proprii risultati.
Una review del 1996 [3] elenca 10 sistemi principali, con sottovarianti
e centinaia di esperimenti diversi.
Se guardiamo
alla situazione nel suo complesso essa appare paradossale. Non si pretende
assolutamente una spiegazione del fenomeno: quello che sembra
ancora in questione è la sua stessa reale esistenza. Eppure
i "fusionisti" non sono ciarlatani. Si tratta in genere di stimati fisici
che operano all'interno di strutture di ricerca pubbliche. Pur ammettendo
che gli errori sistematici possano essere molto insidiosi (si deve caricare
la cella per settimane, la misura del calore in eccesso non è
facile con calorimetri classici, ecc.), sembra però altrettanto
incredibile tanto un abbaglio così pervicace, quanto l'incapacità
a definire le condizioni di ripetibilità di almeno un esperimento.
La situazione, dopo dieci anni è comunque molto imbarazzante,
e il suo significato per la scienza non è stato forse compreso
appieno.
Nel
frattempo, gli organi di ricerca statali, praticamente di ogni nazione,
non concedono più fondi di ricerca per progetti sulla fusione
fredda.
Negli
USA l’ente governativo Energy Research Advisory Board, dopo mesi di
inutili tentativi, emise parere negativo già nel 1989; analogamente
il National Cold Fusion Institute, addirittura tra sospetti di imbrogli,
fu chiuso nel 1991.
Gli
ultimi (perché più ricchi?) a cedere sono stati i giapponesi,
nell'agosto 1997, dopo avervi investito più di 2 miliardi di
yen in 5 anni per 250 ricercatori. Eppure già nel 1992, il Direttore
del progetto, Ikegami, annunciava energie in eccesso di 110 W/cm3 di
Pd.
Il 10
marzo 1998 la stessa Università dello Utah, che aveva ceduto
i brevetti sulla fusione fredda alla società ENECO, la quale
vi aveva poi rinunciato, annunciò che, poiché nessun altro
era interessato, li avrebbe lasciati decadere.
I fisici
della fusione fredda non sembrano essere riusciti a convincere i loro
colleghi, e si sentono ormai una minoranza isolata. Sorge qui con tutta
evidenza un secondo problema - di difficile soluzione - che si pone
ogni volta che una "borderline science" ambisce ad essere riconosciuta
dalla "mainstream science" [4]. Quale dev'essere la qualità delle
prove addotte per risultare convincenti per tutti? Molti "fusionisti"
affermano che ormai in realtà la comprensione del processo e
delle condizioni di replicabilità sono molto buone, e che solo
la cecità delle istituzioni (forse anche gli interessi economici
in gioco nella fisica della fusione "calda") boicotta il loro riconoscimento.
Purtroppo questo è un atteggiamento tipico del quale - senza
volere esprimere giudizi - non si fatica a trovare esempi analoghi anche
in campi spesso ritenuti pseudoscientifici [5] (omeopatia, parapsicologia,
terapia Di Bella...)
Emerge
infine un ultimo aspetto importante: le applicazioni pratiche di una
tecnologia solitamente sono veloci. (Un anno dopo la scoperta dei Raggi
X, negli ospedali si eseguivano radiografie degli arti fratturati)
E' vero
che nemmeno la fusione "calda" ha ancora prodotto una centrale termonucleare.
Ma una bomba sì. Con la fusione fredda, nonostante periodici
annunci di bilanci positivi nella produzione di energia [6], non si
è ancora vista nè una bomba, nè una centrale elettrica,
nè uno scaldabagno.
Anche
in Italia (più tenace dello stesso Giappone?) resiste un piccolo
numero di "fusionisti". Si segnalano Giuliano Preparata ed Emilio Del
Giudice (Milano), Francesco Scaramuzzi (Frascati), Tullio Bressani (Torino),
il chimico-fisico Daniele Gozzi (Roma), Sergio Focardi (Bologna) e Francesco
Piantelli (Siena). Gli ultimi due avrebbero messo a punto una cella
che lavora a 200-400 °C (una sbarretta di Nichel in una miscela
sotto pressione di Idrogeno e Deuterio) e il tutto sarebbe stato ripetuto
e confermato indipendentemente da Christos Stremmenos - il cerchio si
chiude - un chimico-fisico di Bologna. Lo stesso tipo di cella è
stato ora assemblato anche a Pavia e tutti sono in attesa dei risultati.
Rubbia
commentò la prima comunicazione di F&P affermando che "se
la fusione fredda funzionasse, allora vorrebbe dire che Dio è
stato molto, molto buono con noi". Nel dubbio se sia saggio porre limiti
alla divina provvidenza nel caso ci volesse davvero regalare energia
infinita, per ora è consigliabile ancora un certo scetticismo,
o forse "l'ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione".