La
Sindone di Torino celebra quest’anno sè stessa: nel 1898,
infatti, venne scattata la sua prima fotografia, il cui negativo
sembrò tanto "realistico" da fare gridare al miracolo e
segnare l’avvio di una disciplina tutta particolare: la sindonologia.
Essa analizza il Telo dal punto di vista tecnico-scientifico,
con lo scopo di comprovarne o meno l’autenticità. 1
Dunque, da un secolo, non dovrebbero più essere le
ragioni dottrinali o di fede a convincere, ma "le ragioni della
Scienza".
Poiché molte analisi condotte sulla
Sindone furono di tipo chimico, non sembra inopportuno presentare
una brevissima panoramica dei principali problemi riguardanti
lo studio di queste celeberrima reliquia, delle discussioni che
essa ha generato nel corso dei secoli, e dei contrasti che continuano
tutt’ora, anche dopo il test col Carbonio 14 che la condannò
come artefatto medievale.
E’ sottinteso e ovvio che qui non si tratta
di di un problema di fede, ma tecnico: i miracoli, e tantomeno
le reliquie più o meno autentiche, non sono dogmi, e la
Chiesa stessa ha una lunga tradizione di indagini scientifiche
in merito.
La Sindone di Torino non è affatto nota dal primo secolo
dopo Cristo. Questa discussa reliquia comparve improvvisamente
in Francia, a Lirey, verso il 1357, proprietà dei discendenti
di Goffredo di Charny, un piccolo feudatario. Immediatamente Henri
de Poitiers, il vescovo della locale diocesi (Troyes) si oppose
all’ostensione che veniva fatta del telo, ritenendolo un evidente
falso. Infatti i Vangeli non ne parlano, né egli riteneva
verosimile che esso fosse rimasto sconosciuto per tredici secoli.
Le ostensioni ripresero trent’anni dopo, e ancora il nuovo vescovo,
Pierre d’Arcis, si oppose. Dopo un lungo braccio di ferro tra
lui e il decano della chiesa ove avvenivano le ostensioni, nel
1389 il vescovo si appellò al Papa Clemente VII con un
lungo memoriale, nel quale si racconta come il suo predecessore
avesse addirittura trovato l’artista che l’aveva "astutamente
dipinta".
Il papa permise le ostensioni a patto che si
dicesse ogni volta che si trattava di una raffigurazione, e non
del vero Sudario di Cristo. Le ostensioni cessarono, e il Telo
passò poi, tramite la nipote di Goffredo, ai Savoia; costoro
la trasferirono prima a Chambéry (ove essa subì
i danni di un incendio, ancora visibili), e poi a Torino.
Dimenticate lentamente le poco nobili origini
e le polemiche iniziali della Sindone, i Savoia ne promossero
sempre più il culto, fino ad ottenere l’avallo dichiarato
di alcuni papi, come Giulio II.
Tra le mille reliquie medievali, come spine
della corona, pezzi di legno e chiodi della croce, sandali e tunica
di Gesù, frammenti del suo cordone ombelicale ed altro
ancora, le sindoni non erano una novità. Generalmente erano
teli bianchi (i Vangeli non citano alcuna impronta su di essi).
Esistevano invece dei piccoli asciugamani detti Veroniche o, in
oriente, mandylion, su cui, secondo varie leggende, Gesù
avrebbe lasciato impresso il suo volto da vivo: con gli occhi
aperti, e nessun segno della Passione. Ne erano esempi famosi
il mandylion di Edessa, e nel Trecento il sacro Volto di
Roma e quello di Genova ( ne parla anche Dante). E’ forse dall’unione
dei due concetti di impronta miracolosa e di sudario che nacque
l’idea di una sindone recante l’impronta dell’intero corpo.
Una sindone gemella a quella di Lirey, quasi
certamente di origine bizantina, era venerata fin dal Duecento
a Besançon. Bruciata in un incendio nel 1349, fu "ritrovata"
intatta 28 anni dopo e tornò a diventare famosa. Questo
dunque negli stessi anni in cui ne esisteva una seconda a Lirey,
a poche centinaia di chilometri di distanza. 2
Nel nostro secolo, anche prima delle raffinate
analisi spettroscopiche, l’implausibilità della Sindone
di Torino fu affermata da molti, per varie ragioni: una tessitura
mai usata nel primo secolo; il modo del tutto assurdo, e mai documentato
storicamente, in cui si sarebbe dovuto ricoprire il cadavere;
la resa chiaramente artistica dei capelli, delle colature di sangue,
degli arti; e soprattutto la totale mancanza delle deformazioni
geometriche che sarebbero da attendersi da un’impronta lasciata
- con qualunque mezzo - da un corpo umano su un telo avvolto o
appoggiatovi, ecc.
Molti sindonologi autenticisti (i termini sono
diventati nei fatti quasi un sinonimo) furono e sono medici legali
piuttosto che fisici o chimici. A loro dire, la precisione anatomo-patologica
delle ferite e delle lesioni riportate sulla Sindone sono completamente
realistiche e compatibili solo con un vero cadavere. Di queste
affermazioni mancano però controprove sperimentali, e il
parere di medici critici viene in genere taciuto - o meglio, nemmeno
richiesto. Queste considerazioni erano di moda nella prima metà
del secolo.
Nello stesso periodo si propose una prima teoria
chimica che tentava di spiegare la formazione di quell’immagine
così sfumata. Era la teoria "vaporografica" di Vignon (1902)
secondo la quale i vapori di ammoniaca (originata dall’urea emessa
dal cadavere) avrebbe reagito con olii, aloe e mirra sul lenzuolo.
Gli esperimenti pratici furono un fallimento: a causa della prevedibile
diffusione dei vapori si sono sempre ottenute impronte del tutto
informi. L’aloe e la mirra sul telo sono però ancora invocate
da diversi sindonologi odierni: queste sostanze reagirebbero con
componenti del sangue presente sul cadavere, a dare una colorazione
bruna. Oltre alle inevitabili deformazioni geometriche di cui
sopra, queste teorie di genesi dell’immagine per contatto diretto
di un corpo con un telo producono un effetto "timbro" senza sfumature.
Ma sono le analisi di laboratorio quelle di
cui ormai si discute più spesso; per esempio circa la presenza
o meno di sangue. Ovviamente, su una sindone falsa si potrebbe
trovare sangue, coloranti, o entrambi; ma una sindone vera - anche
se fosse stata ritoccata con colori - deve necessariamente
possedere tracce di sangue.
Una prima commissione di indagine istituita
dal cardinale Pellegrino nel 1973 diede però risultati
deludenti.
Su dieci fili prelevati da varie macchie di
"sangue" il laboratorio di analisi forensi del prof. Giorgio Frache
di Modena ebbe solo risultati negativi. Esami microscopici condotti
da Guido Filogamo e Alberto Zina non mostrarono tracce di globuli
rossi o altri corpuscoli tipici del sangue. La quantità
di materia sui fili nelle zone delle macchie è così
grande che difficilmente tali analisi avrebbero potuto produrre
dei "falsi negativi". Si videro invece granuli di una materia
colorante che non si dissolveva in glicerina, acqua ossigenata
o acido acetico, e sulla cui natura non ci si pronunciò.
Le analisi per cromatografia su strato sottile eseguite da Frache
furono pure negative. Un altro membro della commissione, Silvio
Curto, trovò tracce di un colorante rosso.
Si deve anche notare che il "sangue" sulla
Sindone è ancora molto rosso, mentre è ben noto
che normalmente la degradazione dell’emoglobina lo rende scurissimo
in breve tempo. Secondo i fautori della Sindone, ciò dimostra
che il corpo era stato trattato con sostanze conservanti.
Nel 1978 l’allora vescovo di Torino cardinale
Ballestrero (coadiuvato dal professor Gonella del Politecnico
di Torino in qualità di consulente scientifico) permise
una nuova serie di analisi. La Sindone fu esaminata per 120 ore
da un gruppo di scienziati americani, lo STURP (Shroud of Turin
Research Project), che la sottopose a una serie di test chimici,
fisici e spettroscopici sui quali ancora oggi si discute. 3
In netto contrasto con i risultati predetti,
i chimici dello STURP Heller e Adler - nessuno dei quali è
però un esperto di analisi forensi, e che furono i soli
ad eseguire queste microanalisi - dissero di avere accertato la
presenza di sangue perché avevano ottenuto le reazioni
tipiche delle porfirine. Nessuna delle loro ulteriori analisi
è specifica per il sangue. Il test delle porfirine,
per es., sarebbe positivo anche su tracce di origine vegetale.
Nel 1980 il notissimo microscopista americano Walter McCrone trovò
sui nastri che la commissione dello STURP gli aveva passato tracce
di ocra rossa, cinabro (HgS: pigmento rosso molto usato nel medioevo)
e di alizarina (pigmento vegetale rosso-rosa). McCrone riportò
inoltre la presenza di un legante per le particelle di pigmento
che vide, che potrebbe essere collagene (gelatina) o bianco d’uovo.
In pratica si tratterebbe di colori a tempera. Recentemente la
presenza di sangue umano (gruppo AB) sarebbe stato ri-dimostrato
grazie ad analisi immunologiche : test tanto sensibili da rendere
difficile discriminare tra campione e inquinamenti.
Le caratteristiche intrinseche dell’immagine
sono molto interessanti. Essa viene paragonata a una specie di
negativo fotografico, il cui positivo, (quello che spesso vediamo),
appare così realistico. Altri fatti indiscussi sono che
l’immagine è superficiale (non passa dall’altra parte del
telo), e che non è prodotta da pigmenti o coloranti, (a
differenza delle macchie di sangue, che intridono tutto lo spessore
della tela con una sostanza che incolla le fibre, e in cui sono
visibili particelle rosse). L’immagine è dovuta ad un ingiallimento
delle fibre di cellulosa, in pratica a una degradazione dovuta
a disidratazione e ossidazione.
La difficoltà nello spiegare queste
caratteristiche induce molti a escludere l’opera di un falsario.
In realtà sono state proposti almeno due metodi atti a
generare una simile immagine. Il primo4 prevede l’uso
di un bassorilievo di metallo riscaldato. Appoggiandovi sopra
un telo, questo si strina, permettendo di ottenere automaticamente
un’impronta negativa, indistorta, sfumata, indelebile, non pittorica,
ecc. Il secondo metodo 5 parte ancora da un bassorilievo
(questa volta a temperatura ambiente) su cui si dispone un telo.
Questo viene poi strofinato con un tampone e del colore in polvere,
a secco, per esempio ocra rossiccia. Nel corso dei secoli l’ocra
si sarebbe persa, ma tracce acide contenute nel pigmento iniziale
avrebbero prodotto la debole immagine residua che ammiriamo oggi.
A sostegno di questa congettura vi sono anche microparticelle
di ocra ritrovate da McCrone solo nelle aree dell’immagine.
Le analisi spettrali dello STURP indicano che
l’immagine del corpo ha proprietà estremamente simili a
quelle delle bruciature, ancora ben visibili, che la Sindone subì
in un incendio nel 1532. Nel suo rapporto finale lo STURP considera
sia l’ipotesi di una strinatura che quella di una disidratazione
chimica come molto verosimili, pur ammettendo che la reale origine
dell’immagine non è risolta.
Lo STURP - molti componenti del quale erano
convinti fautori dell’autenticità della reliquia - raccomandò
una nuova serie di analisi. Una sola di
queste fu eseguita nel 1988: la radiodatazione col metodo del
14C.
Ancora il cardinale Ballestrero e Gonella scelsero
i tre laboratori, a livello mondiale, con maggior esperienza in
questa tecnica: Tucson, Oxford e Zurigo. Coordinatore fu il professor
Tite del British Museum, considerata un’istituzione prestigiosa
al di sopra delle parti. Il 21 aprile 1988 furono prelevati piccoli
campioni da un angolo del telo. I risultati complessivi 6
dei tre laboratori furono resi pubblici dal cardinale Ballestrero
in una conferenza stampa indetta a Torino il 13 ottobre 1988.
I test di datazione circoscrissero l’età
del telo (con una fiducia del 95%) al periodo compreso fra il
1260 e il 1390. L’età accertata del Lino coincide dunque
con l’età storica nota.
Nel comunicato ufficiale, così come
nella conferenza stampa, il prelato dimostrò di accettare
e adeguarsi ai risultati del test:
"Penso
non sia il caso di mettere in dubbio i risultati. E nemmeno è
il caso di rivedere le bucce agli scienziati se il loro responso
non quadra con le ragioni del cuore.".
Chi non si rassegnò al responso di scienziati indipendenti
furono i fautori ad oltranza dell’autenticità, che imbastirono
varie linee di obiezioni. Alcune deliranti (congiura dei laboratori
con complicità di Ballestrero), altre risibili (prelevato
un rammendo invisibile anziché frammenti della Sindone).
L’ipotesi più spesso ripetuta sembra ora che il prelievo
fosse inquinato da sporcizia costituita di carbonio più
"moderno" che avrebbe ringiovanito il telo. L’obiezione pare poco
fondata. I frammenti furono ovviamente sottoposti a sperimentatissimi
processi standard di pulizia, alcuni dei quali arrivano a "scorticare"
le fibre di cellulosa. Radiodatazioni effettuate a vari livelli
di pulizia non diedero risultati diversi tra loro. E’ stato anche
calcolato che occorrerebbero 3 o 4 grammi di sudiciume moderno
ogni 6 grammi di cellulosa, affinchè un telo dell’epoca
di Cristo ringiovanisse di tredici secoli. Ciò vale per
qualunque tipo di inquinamento si voglia mettere in conto, anche
certe muffe particolari non eliminabili per lavaggio che sarebbero
state osservate da poco (comunque le piante senza clorofilla non
assorbono CO2 dall’aria, ma metabolizzano il materiale
su cui crescono, quindi la quantità di 14C presente
non può alterarsi).
Nel 1993 compare sulla scena anche un chimico
russo divenuto subito famoso, Dimitri Kouznetsov, esperto di analisi
della cellulosa con metodi di elettroforesi capillare - gas massa.
Costui ha scaldato campioni di tela antica in un’atmosfera controllata
ed in presenza di acqua contenente ioni Ag+, simulando
l’incendio subìto dalla Sindone a Chambéry nel 1532,
quando il telo era contenuto in una cassa con ornamenti argentati,
su cui fu versata l’acqua di spegnimento. In queste condizioni,
grazie alla catalisi del metallo, della CO2 si fisserebbe
sulle unità di glucosio costituenti le catene di cellulosa,
apportando carbonio "recente". Un’attenta lettura del lavori 7
di Kouznetsov consiglierebbe qualche cautela prima di accettare
la verosimiglianza dei suoi risultati. Nel glucosio carbossilato
della cellulosa vi è solo un atomo di Carbonio nuovo su
sette, e (egli stesso dice) solo il 20% del glucosio risulterebbe
carbossilato. In totale un settimo del 20 per cento, ovvero circa
il 2.9 per cento. Fatti i calcoli, al massimo il telo ringiovanirebbe
di un secolo. Kouznetsov deve ricorrere a ipotesi ad hoc
aggiuntive per far quadrare i conti secondo i suoi desideri: altera
arbitrariamente la curva di taratura delle variazioni di 14C
nei secoli, e inoltre suppone che nelle piante le fibre (che si
isolano durante la filatura) si arricchiscano moltissimo di 14C
rispetto al resto del vegetale per uno strano effetto di biofrazionamento
isotopico scoperto da lui. Fatto questo, egli fa radiodatare il
suo campione "ringiovanito" - anziché a Tucson o Oxford
- in un acceleratore russo non noto alla comunità scientifica.
Non sorprende che né gli scienziati di Tucson 8 né
gli stessi sindonologi sperimentalisti siano mai riusciti a riprodurre
i suoi risultati.
Altre affermazioni meravigliose dei sindonologi
(tracce di monetine romane, pollini vari, miniature raffiguranti
la Sindone prima del 1357) sono, dimostrabilmente, capziose e
assai poco verosimili.
Da ora alla prossima ostensione per il Giubileo
dell’anno 2000 sono da attendersi altri colpi di scena nella avvincente
storia di questa contoversa reliquia. Ma forse la voce dei fautori
ad oltranza sarà sempre più spesso accompagnata
da quella dei critici.
1.
Baima Bollone, Pier Luigi: Sindone o no. Torino, SEI, 1990.
2.
Papini Carlo: Sindone - Una sfida alla scienza e alla fede.
Claudiana. Torino, 1998.
3.
Schwalbe R. A. e Rogers R. N. "Physics and Chemistry of the Shroud
of Turin: A Summary of the 1978 Investigation",
Analytica Chimica Acta, 135 (1982) p. 24.
4.
Pesce Delfino, Vittorio: E l'uomo creò la Sindone.
Bari, Dedalo, 1982.
5.
Nickell, Joe: Inquest on the Shroud of Turin. Buffalo, N.Y.,
Prometheus Books, 1983/1987.
6.
Damon, P.E. et al.: Radiocarbon dating of the Shroud of Turin.
Nature, 337, 1989, 611-15.
7.
a) Kouznetsov D. et al. J. Archaeological Science,
23, 109 (1996).
b) Kouznetsov D. et al. Archaeological
Chemistry, ACS Symposium Series 625, ACS, 1966, Cap.18.
8.
Damon P.E et al.: Archaeological Chemistry, ACS Symposium
Series 625, ACS, 1966, Cap.19.
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