Luigi  Garlaschelli
Il Fantasma di Duncan House (Apocrifo Sherlockiano)

The Strand Magazine
Anno 2 Nuova Serie n.10, Dic. 2002, pp 28-41

    
Nei molti anni in cui ho vissuto e frequentato Sherlock Holmes, ho avuto l'opportunità di essere testimone di molti casi indagati dal mio amico: alcuni tragici, altri grotteschi, altri quasi farseschi. Di molti di essi mi sono sforzato di dare un resoconto obbiettivo per i lettori, ma il caso che mi accingo a rievocare è sicuramente unico nel suo genere, poiché credo sia stata questa l'unica volta in cui la sagacia di Holmes venne richiesta per confrontarsi non con un criminale o per svelare qualche mistero, ma per combattere direttamente le forze misteriose dell'aldilà. Quella sera, verso la metà di settembre dell'anno 1902, Holmes ed io ci trovavamo nel soggiorno della nostra abitazione al 221 b di Baker Street. Mia moglie era assente per qualche giorno e io ero tornato nell'alloggio che per anni avevo condiviso con Holmes. Dietro i vetri delle nostre finestre l'aria era ancora tiepida. Avevamo appena terminato di cenare, e Holmes era rannicchiato nella sua poltrona preferita, avvolto nella sua vestaglia grigia, e fumava una delle sue pipe caricata col solito tabacco forte. Stranamente, da qualche giorno egli era poco occupato. Si era appena conclusa la vicenda di Newcastle; Holmes era reduce da alcune recenti udienze per un processo di avvelenamento in cui era stato chiamato a testimoniare, e per il quale aveva contribuito ad assicurare il colpevole alla giustizia. "Comincio già a sentire gli effetti dell'inattività, Watson. È uno di quei rari momenti della mia esistenza in cui ogni caso che mi è stato sottoposto si è concluso, non ho articoli o monografie da scrivere, nè nuovi progetti in cantiere. Quasi vi invidio: dovere provvedere al buon andamento di una casa, alla felicità della propria moglie e seguire i proprii pazienti sono tutte attività che riempiono ogni istante della giornata e non lasciano giorni vuoti." "Holmes" commentai "non vi vedo proprio inserito nel quadretto familiare che mi avete descritto. O volete forse dire che in fondo state pensando in qualche modo di cambiare il vostro stile di vita?" "Dovreste conoscermi abbastanza bene, Watson, per sapere che scherzavo. Un'esistenza come quella che vi ho descritto avrebbe l'unico risultato di fare arrugginire il mio cervello, che funziona solo se è continuamente messo alla prova. Non preoccupatevi, Watson, nuove sfide si presenteranno presto spontaneamente, anche senza andarle a cercare. Anzi... credo che proprio in questo momento sia in arrivo un nuovo cliente!" Anch'io avevo sentito il rumore di una carrozza che si era fermata bruscamente sotto le nostre finestre. Holmes era il solo inquilino della signora Hudson abituato a ricevere visite alle ore più strane. Egli ascoltò attentamente i rumori che provenivano dalla strada. Poi sentimmo il campanello che suonava, la nostra buona padrona di casa che andava ad aprire, e un rumore di passi che salivano la scala. "Un uomo, e abbastanza sconvolto, se arriva senza essersi annunciato a quest'ora poco usuale per le visite." Le parole di Holmes furono interrotte dal misterioso visitatore che stava bussando alla nostra porta. Holmes andò ad aprire. Ci trovammo di fronte un uomo tra i trenta e i quarant'anni, bruno di capelli, con dei folti baffi ed un paio di occhiali che stonavano sul volto per il resto abbastanza attraente. L'uomo aveva un aspetto piuttosto scarmigliato. Non si radeva, chiaramente, da un paio di giorni, era pettinato in modo sommario e sembrava non avere chiuso occhio da due notti. "Signori, scusate se arrivo senza essermi fatto precedere da un biglietto. Per fortuna vi trovo. Mi chiamo Stephen Blackburn. Chi di voi è il signor Holmes?" "Sono io, e questi è il mio collega e amico dottor Watson, che è mio ospite per qualche giorno. Vi prego, datemi il cappotto e il vostro bagaglio ed accomodatevi. Avete l'aria stanca. Posso offrirvi un cognac?" L'uomo depositò il cappotto e una borsa da viaggio in cui era infilato un ombrello, poi si rivolse a entrambi: "Grazie, signor Holmes. Ma se non sbaglio quello è del caffè caldo. Se voleste essere così gentile da offrirmene una tazza, credo che mi farebbe meglio. Sono partito stamani da Carlisle per arrivare a Londra per sera. Vivo da un mese in uno stato di tensione terribile, mister Holmes, e dopo un'ulteriore notte insonne e un viaggio così faticoso, sono veramente a pezzi." Holmes servì al signor Blackburn del caffé con dei biscotti, opera della nostra ineguagliabile padrona di casa. "Vi prego" aggiunse "ora raccontateci che cosa vi turba tanto. Il mio amico dottor Watson ed io siamo abituati a ricevere persone che hanno gravi problemi; spero che le nostre modeste capacità possano essere d'aiuto anche a voi." L'uomo si passò le mani nei capelli ed emise un profondo respiro, come se cercasse di calmarsi o raccogliere le idee. Non riuscivo a decifrare la sua espressione: parlava, rispondeva apparentemente a tono, ma aveva uno sguardo assente e lontano, come se avesse ancora davanti agli occhi una visione sconvolgente. "Signor Holmes, io credo di essere una persona normale, intendo non un sognatore od un visionario. Penso anzi di essere piuttosto razionale e, come dire, con i piedi ben piantati per terra. Eppure sto vivendo esperienze incredibili. Signor Holmes, voi credete ai fantasmi?" Holmes emise un lungo sospiro. Al suo cervello razionale era estranea l'idea che potessero esistere forze misteriose che agissero in contrasto con le leggi della natura, e tendeva a trattare da visionario chi gli raccontava di queste storie spacciandole per vere. Ma egli era troppo educato per fare trasparire le sue emozioni in quel momento. "Diciamo che non ne ho mai incontrato uno. Tutte le volte che, in una mia indagine, sembravano essere implicate le forze del soprannaturale, è risultato trattarsi di cause molto più terrestri. A giudicare dal vostro aspetto spaventato, direi però che le vostre preoccupazioni sono genuine." "Signor Holmes, forse potrete pensare che sono un pazzo o che ho delle allucinazioni. Ma vi giuro che quello che vi voglio raccontare è vero dalla prima all'ultima parola. Se sono venuto a chiedere il vostro aiuto è perché anch'io non credo - letteralmente - a ciò che sto vivendo, e voglio capire di che cosa si tratta!" "Bene, signor Blackburn, allora raccontateci che cosa vi è successo. Mi prenderò il permesso di interrompervi se riterrò necessario approfondire alcuni particolari." "Io sono un ingegnere meccanico, signor Holmes. Posseggo una piccola industria a Penrith che fabbrica manometri; ho ereditato la ditta di mio padre, che produceva quadri indicatori per macchine e ho poi iniziato questa nuova produzione secondo un mio brevetto. Questo è un campo in rapida espansione, il lavoro non manca, e guadagno bene. Se le racconto questo, signor Holmes, è per farle capire che ho avuto una formazione professionale di tipo tecnico, che sono anche abbastanza bravo nel mio lavoro, e che ho dimestichezza sia con le macchine che con le persone. Sapete, abbiamo ventidue operai e molti clienti. Bene, circa tre mesi fa un nostro zio è mancato, e mio fratello ed io abbiamo ereditato le sue proprietà come suoi unici discendenti. Non si tratta di un patrimonio, signor Holmes: in pratica è una grande vecchia casa nel villaggio di Greenfield, alle porte di Penrith, con una vasta estensione di terreno attorno. Ho visitato la proprietà, che del resto conoscevo un poco per esservi stato qualche volta da ragazzo; essa consiste di ..." "Mi scusi, signor Blackburn: trovo la vostra esposizione molto precisa. Non date certo l'impressione di essere un visionario. Ma come mai non avete visitato la casa di vostro zio altre volte di recente?" "Perché mio zio era diventato, pare, molto misantropo da svariati anni. Rimasto vedovo ancora giovane, si era risposato dopo alcuni anni, ma questo secondo matrimonio non fu felice. La moglie soffriva di debolezza nervosa e di fissazioni; stava male per lunghi periodi di tempo durante i quali nessuno poteva avvicinarla. Tutto ciò, credo, esacerbò il carattere già poco cordiale dello zio; quando alcuni anni più tardi questa seconda moglie morì per consunzione, lo zio si rinchiuse in un rancore verso il destino e il mondo, che lo rese odioso agli occhi di tutto il villaggio. Devo dire infatti che negli ultimi anni egli viveva praticamente isolato; la gente dei dintorni, se per caso lo vedeva durante una delle sue rare uscite, cercava di evitarlo come se ne avesse paura. E in effetti ci sono stati, a quanto mi risulta, anche un paio di casi in cui lo zio litigò in modo piuttosto eccessivo - ma per motivi banali - con alcuni abitanti del villaggio. C'erano solo due persone di servizio che avevano accettato di vivere a Duncan House per accudirlo, attirati dall'ottima paga offerta. Ma certo nemmeno loro lo amavano." Mentre il signor Blackburn parlava, Holmes aveva riempito la sua pipa di trinciato e ora stava esalando pigre volute di fumo. "Continuate, prego. Stavate descrivendo la casa. È in essa che vi sono capitate queste... strane esperienze?" Blackburn si passò la mano sul volto come per scacciare un pensiero fisso. "Sì, signor Holmes. Dunque, la casa, come potete immaginare, era ormai molto mal tenuta. Intonaci scrostati, infissi e vetri rotti; il parco invaso dalle erbacce, alberi non potati. Le tracce della sua antica bellezza stavano del tutto scomparendo, e Duncan House aveva assunto un aspetto veramente lugubre. Tuttavia, quando la visitai la prima volta dopo la morte di mio zio, trovai che essa si sarebbe prestata molto bene a installarvi la mia piccola attività meccanica. La casa possiede dei rustici adatti a essere trasformati in officine, laboratori e magazzini. Vi è abbondanza d'acqua grazie a un pozzo ed un torrentello che scorre attraverso il parco; inoltre il villaggio di Greenfield possiede una stazione ferroviaria, e la mano d'opera locale è a buon mercato. Sarebbero quindi bastate alcune modifiche ed un restauro della casa dove mio fratello ed io avremmo potuto alloggiare comodamente." Blackburn bevette ancora un sorso di caffè, poi proseguì nel suo racconto. "Per farla breve, due mesi fa mio fratello e io ci siamo installati in quella casa, ed abbiamo cominciato le opere di restauro. Grazie anche al suo aiuto abbiamo trovato un paio di contadini del posto che si occupano del parco, ed anche dei bravi operai che stanno sistemando gli intonaci, cambiando le finestre ed i vetri rotti. Per ora dobbiamo rendere abitabile l'edificio principale prima di pensare alle future officine. Bene, le stranezze sono cominciate un paio di settimane fa. Ufficialmente abito ancora a Penrith , ma siccome almeno alcune stanze sono già pronte, dormo spesso a Greenfield, per seguire meglio i lavori. Una notte ho sentito degli strani rumori provenire dal soffitto della mia stanza. Saranno state le due di notte. Erano rumori... come di piccoli oggetti mossi o trascinati. Lì per lì sono rimasto perplesso, perché conosco i rumori che fanno i topi quando si muovono, e questi erano diversi; ma non mi sono più preoccupato, e mi sono riaddormentato." "Non mi sembra che ci fossero motivi per non farlo. In una casa vecchia ci sono sempre rumori, scricchiolii, uccelli nel sottotetto..." commentò Holmes. "Infatti. Però dopo tre notti i rumori si sono ripetuti. Questa volta, signor Holmes, era un rumore di qualcosa di grosso che veniva spostato in solaio. Come se qualcuno trascinasse un baule... Non potevano essere topi." "Siete sicuro di avere sentito veramente quei rumori? Forse eravate nel dormiveglia, ed avete scambiato il rumore del vento o di una porta che sbatteva con altre cause." "No, signor Holmes. Quei rumori forse mi hanno svegliato, ma una volta sveglio li ho sentiti chiaramente ancora." "Che cosa avete fatto?" "Sono andato a svegliare mio fratello. Dormivamo solo noi in casa, ma non potevo escludere che qualcuno vi si fosse introdotto o nascosto durante il giorno. Siamo saliti in soffitta, ma non c'era nessuno. Tutte le porte e le finestre della casa erano chiuse." "Se ho ben capito questo è accaduto durante la scorsa estate. Come mai le finestre erano chiuse?" osservò Holmes. "Erano chiuse le finestre e le porte del piano terreno; quelle del primo piano, dove si trovano le stanze da letto, erano aperte per via del caldo; ma si trovano molto in alto e non è possibile entrare o uscire attraverso di esse." "Dovrei chiedervi molti particolari, ma per ora proseguite. Ditemi solo se avete notato l'assenza di qualche oggetto di valore in casa." disse Holmes. "No, signor Holmes, anche perché la casa è ancora piuttosto spoglia e non ho ancora fatto trasloco, per così dire. La cosa non si è ripetuta, però ho cominciato ad avere qualche timore perché non siamo riusciti a capire la causa di quei rumori. Fino a quando, una sera, ecco signor Holmes... ero nella sala seduto in poltrona che leggevo. A un certo punto ho sentito un rumore provenire dall'altro lato della stanza: come uno sfregamento leggero. Ho istintivamente guardato in quella direzione, e ho visto una sedia..." "Ebbene, che cosa aveva di strano una sedia?" lo incalzò Holmes "Si muoveva da sola, signor Holmes, come se una mano invisibile la spingesse!" Sherlock Holmes si spostò in avanti verso Blackburn con occhi improvvisamente attenti. "Perbacco, Watson, forse la cosa è interessante dopo tutto, che ne dite? Signor Blackburn, eravate solo nella stanza?" "Solissimo. Mio fratello era in un'altra camera alla fine del corridoio a preparare le sue cose per il giorno dopo." "Siete sicuro che la sedia si sia mossa davvero, e non sia stata un'ombra dovuta a un improvviso sfarfallio della lampada?" "Sicurissimo, signor Holmes; l'ho vista muoversi di almeno un piede prima che si fermasse." "Ehm... avete dei gatti in casa?" "Oh, no, signor Holmes " rispose Blackburn lasciandosi sfuggire un sorriso "nessun animale." "Avete esaminato la sedia?" "Vi confesso che ero paralizzato. Mi sono sentito un brivido per tutto il corpo e ci ho messo un paio di minuti prima di riuscire a reagire. Ho guardato la sedia ed il tavolo accanto a cui era, ma non ho trovato assolutamente nulla di anormale. Era una vecchia sedia un po' tarlata di mio zio." "Si sono verificati altri episodi simili?" chiese Holmes. "Sì, signor Holmes, dopo tre o quattro giorni. Ero ormai a letto e leggevo un libro per prendere sonno. Di colpo un quadro che si trova sulla parete di fianco al letto è caduto per terra, con un fragore improvviso che mi ha fatto quasi svenire. Era proprio un ritratto dello zio da giovane... Lo avevo appeso io giorni prima." "Mmmh" commentò Holmes " forse un chiodo mal fissato..." "Vi assicuro che so piantare bene un chiodo. Era saldissimo. Questa volta sono corso da mio fratello e gli ho raccontato tutto. Ma lui non ha creduto una parola, e anzi si è messo a ridere, dicendo che sto lavorando troppo." "Uhm, vedo. Bene, torniamo al nostro poltergeist" disse Holmes. "Al che cosa? " chiesi io. "Watson, dunque non ricordate più nulla degli studi di ricerca psichica cui vi ho costretto qualche tempo fa, in occasione del caso di Lord Damare. Si tratta, secondo gli studiosi di queste materie, di spiriti che infestano un luogo particolare, e producono fenomeni di questo tipo: rumori, oggetti che si muovono e si rompono, piccoli incendi, eccetera. È una parola di origine tedesca che significa ' spirito dispettoso ', o 'rumorosò ". "Signor Holmes, non è ancora tutto! Io il fantasma, ecco... " "Ebbene?" incalzò Holmes. "Il fantasma l'ho visto!" "Ah! questo sì che è interessante! Raccontateci senza tralasciare alcun particolare." "Forse penserete che quello che vi ho raccontato fino a ora sia frutto della mia fantasia. Ma io sono assolutamente certo di quello che vi dico. Il fantasma l'ho visto come vedo voi ora. La prima volta è stato tre giorni fa. Era già buio, ed io ero nella mia stanza. Improvvisamente, ho visto una piccola luce muoversi nel giardino. Mi sono affacciato alla finestra ed ho visto chiaramente una figura di uomo che camminava lentamente davanti alla casa recando una lanterna in mano. Era vestito con una camicia bianca senza colletto, calzoni scuri, aveva barba e capelli bianchi ... Qualcosa nel suo aspetto mi ha dato un brivido; lo potrei definire solo come "spettrale": pallido, incavato, diafano..." "Potrebbe essere qualcuno che conoscete?" chiese Holmes. "Non conosco nessuna persona siffatta, signor Holmes. Appena superato lo stupore, cercando di ridere delle mie paure e pensando che potesse essere un intruso, mi precipitai dabbasso, ma non trovai traccia alcuna della mia visione. Nessuno aveva visto nulla: nè mio fratello, nè Richard, il falegname che si occupa degli infissi e che quella sera dormiva nella piccola foresteria del parco." "Avete detto che questa è stata la prima volta? Ve ne sono state altre?" chiese Holmes. "È stato l'altra notte. Stavo rincasando verso le dieci di sera, dopo essere stato a visitare dei clienti. Ho lasciato la carrozza nel deposito dove la metto di solito, e mi dirigevo verso l'entrata della casa. Vi era una luce alla finestra della stanza di mio fratello, al primo piano. Mentre passavo sotto la vetrata della sala, la luce di quella stanza si è improvvisamente accesa. Le tende erano aperte e ho visto con chiarezza i quadri, lo scaffale dei libri e gli altri mobili. Improvvisamente, è passata davanti alla finestra una figura umana; era ancora il vecchio con la barba bianca. Sembrava camminare per la stanza guardandosi attorno; poi si è voltato verso la finestra, come per guardare fuori, ma non guardava verso di me; fissava lo sguardo lontano... e poi è sparito." "Siete proprio sicuro che non fosse qualche estraneo? Qualche operaio, od un visitatore?" indagò Holmes. "No, signor Holmes, non poteva essere nulla di tutto ciò, non poteva essere nessuno... perché era trasparente!" "Come sarebbe a dire trasparente? " esclamai io con un sobbalzo. "Trasparente, dottor Watson. Vedevo attraverso il suo corpo! Sapete, è vero che i capelli si rizzano sul capo quando ci si spaventa. Ricordo la sensazione dei miei capelli che si sollevavano da soli... per un attimo ho pensato di svenire. Ma sono sicurissimo di avere visto i mobili della parete di fondo della stanza attraverso di lui... E poi è diventato, letteralmente, sempre più evanescente... ed è svanito! Svanito nell'aria!" "Perbacco, Watson! Questo caso è sicuramente eccezionale. Signor Blackburn, devo accettare quello che voi mi dite come verità, per ora almeno. Ma vi rendete conto, spero, della gravità della vostra affermazione?" "Signor Holmes, ve l'ho detto: sono un ingegnere, ho i piedi piantati per terra; non sono un visionario. Semmai, come dice Gladys, la mia fidanzata, pecco per mancanza di fantasia. Ma questo supera ogni mia capacità di comprendere. Che cosa sta succedendo? Sto diventando pazzo?" "Tranquillizzatevi, signor Blackburn. Per ora non posso formulare alcuna ipotesi. Dovremo venire sul luogo. Spesso un dettaglio insignificante per altri si rivela essenziale per i miei metodi di indagine. Però devo dire che questo spettro non mi pare molto pericoloso; per lo meno non ha tentato di farvi del male. Che cosa avete fatto dopo l'apparizione che ci avete descritto?" "Be', appena mi sono ripreso sono corso all'angolo del muretto oltre il quale mi trovavo, ho aperto il cancello che dà sul viale d'ingresso alla villa, mi sono precipitato in casa e qui ho raccolto tutto il mio coraggio. Ho preso dalla rastrelliera che si trova a pianterreno uno dei fucili da caccia, l'ho caricato e sono entrato nel salone del primo piano. Le confesso che salire lo scalone nella penombra ha messo a dura prova la mia determinazione. Nella sala la luce era ancora accesa, ma non vi era assolutamente nulla di anormale. Nulla, capite? Se non la sensazione di terrore con cui osservavo oggetti familiari fino al giorno prima. Poi mi sono chiuso a chiave nella mia stanza, anche se non so a che cosa potesse servire, e non ho chiuso occhio tutta notte. Stamattina mi sono recato alla stazione, ho preso il primo treno per Londra ed eccomi qui." Holmes sembrava riflettere. Si riaccese la pipa e si mise comodo sulla poltrona. "Signor Blackburn, permettetemi una domanda. Perché siete venuto da me e non siete corso da uno di quegli spiritisti che proliferano ovunque da qualche tempo? O perché non da un sacerdote? Se pensate che si tratti di spiriti, non sarebbero state queste le persone più adatte?" "Non ho mai creduto nelle storie di fantasmi. E anche ora che ne ho visto uno, credo che si debba analizzare criticamente la cosa; solo se non troverò spiegazioni razionali valide accetterò che ci sia del vero nel soprannaturale. Signor Holmes, qui la questione non è credere o non credere nell'aldilà o nello spiritismo; qui ci sono dei fatti da valutare, dei fenomeni da analizzare. Oggetti che si spostano, rumori che si sentono, apparizioni che si vedono. Chi meglio di voi può fare questo? Voi siete un investigatore scientifico che non ha pari al mondo. Io sono nelle vostre mani. In realtà il mio razionalismo non mi impedisce di essere terrorizzato." "Temete per l'incolumità della vostra famiglia?" "Non lo so. Queste entità non sembrano ostili, ma non possiamo essere sicuri che siano amichevoli. E poi, in queste condizioni, come posso pensare di trasferire a Duncan House il mio lavoro, e poi viverci con Gladys - quando saremo sposati, intendo, come avevamo progettato?" "Già. Signor Blackburn, è chiaro che dovrei farvi moltissime domande, ma la cosa migliore è un sopralluogo sul posto, dove potremo ricostruire l'accaduto nei minimi dettagli. Con chi avete parlato dell'avvenimento di ieri notte?" "Con nessuno." "Bene. Allora, ora voi prenderete alloggio in un hotel. Domani spedirete un telegramma a casa vostra dicendo che eravate dovuto ripartire per Londra con la massima urgenza per contattare dei clienti. Annunciate che rientrerete dopodomani con due ospiti (il dottor Watson ed io), che presenterete come ingegneri o tecnici meccanici. Vi sembra fattibile?" "Certamente, signor Holmes. Ma che cosa pensate di ciò che vi ho raccontato?" "In base alla mia esperienza posso solo dire che non siete pazzo, anche se non so quanto questo può consolarvi. Certo vi è qualcosa di losco in tutto ciò, qualcosa di molto strano. Si tratta di un caso completamente diverso da quelli di cui traboccano gli annali e i libri di ritagli che vedete in quell'angolo. Non vi lascerei solo per nessuna ragione al mondo." "Grazie, signor Holmes. Vi ricompenserò adeguatamente per il vostro aiuto." "Signor Blackburn, questa per me è una sfida che affronterei anche solo per il piacere dell'indagine. E non è detto che ne esca vincitore. Ma ora andate a riposarvi. Gli spettri non allignano in questa metropoli troppo affollata di umanità. Mandateci un biglietto dal vostro Hotel. Vi faremo sapere quando agiremo." Il nostro visitatore raccolse i suoi pochi bagagli e ci accomiatammo. Chiamammo una carrozza con la quale egli sparì nella notte, mentre Holmes ed io ci trattenemmo ancora a commentare il suo racconto. "Allora, Watson, il nostro amico è un visionario o no?" "Holmes, vi confesso che ascoltandolo credevo di sognare. Quell'uomo vive in un incubo. Certo il suo sistema nervoso è molto scosso. Forse avrei dovuto prescrivergli un calmante o un sonnifero." "Io credo che il nostro ingegnere sia più coriaceo di quanto sembri. Avete visto come riesce a reagire a situazioni che avrebbero volto in fuga altri uomini? E non credo nemmeno che sia pazzo. Se ascoltate un pazzo, all'inizio vi potrà sembrare convincente e logico; ma poi comincerà a tirare fuori ragionamenti assurdi, spiegazioni irrazionali, collegamenti inesistenti tra cause ed effetti, tipici di chi ha perso il contatto con la realtà. Non è questo il caso del nostro cliente. L'ho fatto parlare, e quell'uomo ha un cervello di prim'ordine, credetemi." "Ma allora che cosa ha visto, in nome del cielo?" "Questo è quanto dovremo scoprire." "Holmes, io non so se dovreste affrontare questo caso. In fondo la scienza non conosce ancora tutto, e non possiamo escludere che i fantasmi esistano veramente. "Vi è una certa differenza, in assenza di prove serie, tra non escludere una possibilità e a darla per verosimile. Ma avete sbagliato a usare un verbo, Watson. Dovevate dire "dovremmo" affrontare questo caso. Non pensate che una breve vacanza lontano da Londra farebbe bene anche a voi?" "In effetti sono libero per qualche giorno, e non ho clienti gravi da seguire, però... questo racconto agghiacciante... insomma io sarei prudente." "Saremo prudentissimi e sapevo di poter contare su di voi." disse Holmes con un sorrisetto ironico che sembrò irridere un po' alla mia prudenza. "Ma per ora devo riflettere e documentarmi. Mi chiedevo se è mai possibile che il nostro cliente... Mhmm... Bene, penso che domani ne avrò per tutto il giorno, per cui ora vi auguro la buona notte. Se non mi troverete a colazione, sarò ancora da qualche parte a caccia di fantasmi." La mattina dopo, come previsto, mi ritrovai a fare colazione tardi, e da solo. Avevo notato molti mozziconi di sigaretta e i residui di varie fumate di pipa, segno che il mio amico aveva passato buona parte della notte a pensare a quel caso. Fu solo nella tarda mattinata che Holmes rientrò, e mi salutò cordialmente. Guardandolo non potei trattenere un'espressione di sorpresa, perché con pochi tocchi sapienti aveva alterato la sua fisionomia. Aveva cambiato completamente pettinatura, portava un monocolo cerchiato d'oro, le sue tempie erano brizzolate, e dal taschino gli spuntava un regolo da ingegnere. Posò in un angolo della stanza una piccola pila di libri che teneva sottobraccio. "Ora sono l'ingegner Harry Browne. E voi il mio assistente perito meccanico John Wilson.". Mi porse dei biglietti da visita recanti il mio nuovo nome. Notai che aveva le dita lievemente sporche di grasso, soprattutto attorno alle unghie. La cura dei particolari nell'interpretare la sua parte raggiungeva punte di virtuosismo. "Le mie ricerche non sono state infruttuose." disse Holmes accennando ai libri. "Confesso che nessuno dei moltissimi casi criminali di cui sono a conoscenza presenta caratteristiche tanto singolari quanto questo. Tutta questa faccenda è molto inquietante" "Dunque ammettete di non avere spiegazioni?" indagai. "È un errore lanciarsi in induzioni affrettate prima di avere raccolto i fatti. Però vi sono sicuramente varie ipotesi possibili, e per le quali è bene essere preparati e documentati. Ecco il perché di quei libri. Ma come dicevo, ora dovremo esaminare meglio i fatti. Il signor Blackburn ci ha già fatto pervenire un biglietto dall'albergo dove ha preso alloggio ieri. Dovreste essere così gentile, dottor Watson, da mandare al nostro cliente un biglietto nel quale gli si dica di essere pronto per le otto e trenta domani mattina. Prenderemo il primo espresso per Manchester da St Pancras; dovremmo arrivare a Duncan House prima di sera." Non rividi Sherlock Holmes per il resto della giornata. Tornò a Baker Street verso sera, con un paio di altri libri, che portò in camera sua. Non accennò al caso che stavamo per affrontare e parlò di argomenti vari e poco impegnativi: teatro, tecniche meccaniche dell'antica Grecia, e problemi di chimica dei quali capii assai poco. Dopo cena prese il violino e improvvisò una nenia piuttosto lugubre, che contrastava con la leggerezza apparente dei discorsi di prima. Mentre suonava aveva un'espressione lontana, e non nascondo che io stesso sentivo crescere dentro di me la tensione per il nostro prossimo incontro con le forze ultraterrene di Duncan House. Come programmato, partimmo col signor Blackburn alla volta di Greenfield. Durante il viaggio Holmes lo istruì sulle nostre identità fittizie, poi si immerse nella lettura dei suoi ultimi libri, che aveva portato con sè nella borsa da viaggio, nella quale lo avevo visto infilare anche il suo revolver. Arrivammo a Carlisle quasi all'imbrunire. Una carrozza ci attendeva alla stazione per portarci a Duncan House. L'aria qui era più fredda che a Londra e mi strinsi nel mio soprabito con un leggero brivido. Dopo un tragitto di più di mezz'ora, arrivammo a destinazione. La casa ereditata dai fratelli Blackburn era qualche miglio fuori dal paese. La vedemmo stagliarsi come una sagoma scura sullo sfondo del cielo sul quale stavano calando le ombre della sera. Il grande edificio di pietra e mattoni era circondata dagli alti alberi del giardino malcurato. Una vecchia quercia morta stendeva i suoi rami scheletrici fino quasi a toccare il corpo principale del caseggiato. Cespugli e rampicanti selvaggi non erano ancora stati del tutto estirpati e contribuivano all'impressione di decadenza dell'edificio. Alcune imposte pendevano ancora storte e marce dalle finestre, mentre altre erano nuove. Lasciammo la carozza sotto una tettoia, e percorremmo un breve vialetto che costeggiava un muro di cinta. A un certo punto il nostro ospite si fermò e indicò silenziosamente la grande vetrata di una stanza della casa, al di là del muretto. Attraverso i vetri erano visibili dei mobili e scaffali di libri. "È la sala?" chiese Holmes. Blackburn annuì. Holmes grugnì qualche commento che non afferrai. Camminò per qualche minuto avanti ed indietro per osservare la finestra da vari punti di vista nel breve tratto del vialetto da cui era visibile. Poi con una scrollata di spalle proseguì affermando: "Ce ne occuperemo domani alla luce del sole". Passammo per un cancello che immetteva sulla spiazzo di ghiaia davanti alla casa, ed entrammo dall'ingresso principale. L'interno era arredato con mobili vecchi, e su tutto ristagnava un odore composito: di umidità e vecchie muffe, mescolato a quello del legno nuovo e della pittura. Assi, vetri e sacchi di calce indicavano i restauri in corso. Prendemmo alloggio nelle camere che ci erano state assegnate, al primo piano, all'inizio di un corridoio lungo e buio. Dopo che ci fummo brevemente rimessi dalle fatiche del viaggio, fu servita la cena nella sala da pranzo al pianterreno. L'ingegner Blackburn vi aveva fatto installare alcune lampade elettriche, che col loro chiarore la rendevano meno cupa. Facemmo la conoscenza del fratello di Blackburn, James; era di qualche anno più giovane del nostro cliente, e si occupava di tutt'altro. Era infatti, così parve di capire, uno scrittore o commediografo di scarso successo, che aveva rappresentato una sua opera in un teatro di Londra non troppo importante, ed ora era in attesa di un nuovo impresario nella capitale. Era di carattere aperto, e tentò di scacciare la sensazione opprimente che quella casa stava facendo su di me, raccontando aneddoti divertenti sulla vita teatrale di Londra. Verso la fine della serata non potemmo evitare di accennare alle strane presenza che sembravano esistere in quella casa. "Signor Browne, mio fratello la avrà detto che crede di avere visto un fantasma in questa vecchia casa? Ma io lo dico sempre, Stephen ha lavorato troppo ultimamente, e secondo me si è lasciato suggestionare... Ho fatto indagini in questo paesotto, e ho scoperto che questa casa ha una cattiva fama; quando nostro zio l'aveva acquistata essa aveva già un secolo di vita, e ci sono leggende che narrano di un fatto di sangue avvenuto in queste stanze. Il vecchio padrone uccise un rivale in amore, e fu poi per questo impiccato. Ma nessuno è mai riuscito a scoprire il corpo dell'ucciso, che si dice non abbia ancora trovato pace e ogni tanto si veda... come un fantasma." "Ogni vecchia casa ha le sue leggende in questa parte del paese; io però non ho mai sentito questa storia. Se questa casa ha una fama sinistra credo sia dovuta solo al pessimo carattere dello zio..." puntualizzò Stephen Blackburn. "Certo che ora, dopo ciò che ho visto, non so più che cosa pensare. Ma domani la luce del sole ci farà dimenticare queste tristezze. Gladys, la mia fidanzata, verrà a farci visita con sua madre. Il clima è ancora mite e potrò mostrarle, ingegner Browne, i progetti per le mie nuove officine." Dopo cena i domestici che ci avevano servito si ritirarono nelle loro abitazioni e Holmes ed io salimmo nelle nostre stanze al piano superiore. La mia stanza era arredata con semplicità, ed io mi misi subito a letto, stanco del viaggio, ma mi addormentai con difficoltà e dormii sonni agitati ed inquieti. Nel cuore della notte fui svegliato di soprassalto da uno schianto terribile proveniente dal corridoio. Balzai dal letto ed uscii a vedere. Trovai Holmes in vestaglia, con il revolver in mano che stava fissando un mucchio di cocci bianchi. In quel momento anche James Blackburn si affacciò con aria stralunata dalla sua camera all'altra estremità del corridoio, seguito dopo pochi secondi dal nostro cliente, dalla camera intermedia. "È caduto il busto che era su quella mensola" disse Holmes. Stava esaminando i frammenti più grossi alla luce di una lampada tascabile. "Qualcuno di voi l'ha urtata nel buio?" chiesi. Tutti negarono. Holmes affermo: "Ero sveglio e sono uscito non più di tre secondi dopo lo schianto; non ho visto nè sentito nessuno. Ma ho fatto in tempo a vedere un grosso frammento del busto che, appena caduto, ancora oscillava sul pavimento. Credo che nessuno avrebbe potuto urtarlo e rientrare in camera prima che io uscissi. La mia camera è la più vicina, seguita da quella del mio socio Wilson, poi se non sbaglio quella dell'ingegner Blackburn e quella del signor James." "Saranno state le vibrazioni di questa vecchia catapecchia. Stephen, dovresti accettare la mia offerta e vendermela!" "No, no... - rispose il nostro cliente con voce incerta - questa casa è solida, io ... io non so proprio che dire... forse è veramente un fantasma!" "Signori, non diamo troppo peso a questo incidente. Propongo di tornare tutti a dormire. - interloquì Holmes - Ah, Wilson, senta, volevo dirle un paio di cose a cui ho pensato mentre ero sveglio..." Così dicendo, Holmes mi fece cenno di seguirlo nella sua stanza, mentre tutti si ritiravano nella loro. "Watson, voglio esaminare meglio quel busto rotto. - disse Holmes a bassa voce appena fummo soli - Aspettiamo alcuni minuti." Poco dopo infatti Holmes uscì ancora sul corridoio, silenzioso come un'ombra. Lo vidi esaminare alcuni frammenti con una lente, alla luce di una piccola lanterna cieca. Poi esaminò anche il piedestallo su cui si trovava il busto, e il muro attorno a esso. Dopo pochi minuti rientrò in camera. "Torniamo a dormire, Watson." "Avete trovato qualcosa, Holmes?" "È presto per dirlo; domani dovremo condurre qualche altra piccola indagine. Buona notte, Watson. Dormiamo tranquilli, questi spiriti forse ci vogliono spaventare, ma per il resto mi sembrano inoffensivi." Nonostante le parole di Holmes, forse l'incidente mi aveva scosso, perché faticai molto a riprendere sonno, attento a ogni scricchiolio come un bambino nel buio. Alla fine mi assopii, e mi risvegliò il sole che batteva sulle finestre. Della notte restava solo la sensazione di sogni sgradevoli ma ormai svaniti. La mattina dopo, alla luce del sole, tutto sembrava dimenticato. Scendemmo per la colazione nella sala a pianterreno. "Mister Browne, - informò il nostro cliente - stamattina potremo parlare dei nostri progetti. Mio fratello se ne va a pesca lungo il torrente, più a nord, e la mia fidanzata, Gladys, non arriverà che più tardi con sua madre. Vi mostrerò l'edificio che conto di trasformare nella nuova officina." Non fu comunque dell'officina che ci interessammo appena restati soli. Holmes ci portò nella vecchia casa, dando ordine di tenere lontani operai e domestici per un paio d'ore. "Questa è la sala in cui vedeste la sedia che si spostava, vero? Mostratemi, vi prego, di quale sedia si trattava e dove si trovava esattamente." "La sedia è questa; come vedete è diversa dalla altre, non posso sbagliarmi. Io ero seduto in quell'angolo e la sedia si è mossa così... ecco." L'ingegner Blackburn accompagnò le parole con il gesto, e mostrò come secondo lui la sedia si era spostata mossa da una forza invisibile. Holmes si esaminò con lo sguardo tutta la sala. Si buttò bocconi vicino al tavolo e guardò sotto il ripiano. Ne controllò minuziosamente le gambe, e quelle della sedie, con la sua lente. Sollevò con circospezione il tappeto che si trovava di fianco, sotto il quale vidi solo un po' di polvere. Holmes non pronunciò una parola. Ogni tanto emetteva qualche grugnito di delusione o di soddisfazione. Per che cosa, nessuno di noi poteva capirlo. Si alzò e fece scorrere ancora lo sguardo lungo la sala, indicando con le mani punti o direzioni visibili solamente a lui. Esaminò centimetro per centimetro gli infissi della porta e delle finestre. Il nostro cliente lo guardava, seduto in un cantuccio, con un misto di meraviglia e preoccupazione, volgendo ogni tanto lo sguardo verso di me. Io gli feci un cenno rassicurante, perché ero abituato agli strani metodi del mio amico. "Bene - concluse Holmes - ora vorrei vedere la stanza in cui è caduto quel quadro" Ci trasferimmo nella stanza da letto del nostro cliente, al piano superiore. All'inizio del corridoio i cocci del busto erano ancora là a testimoniare che non si era trattato solo di un brutto sogno. Ancora una volta Holmes passò al setaccio la stanza. Dapprima sedette in silenzio per alcuni minuti; i suoi occhi grigi si muovevano veloci dal quadro alle pareti, dalla porta al letto. Poi, come prima, egli controllò minuziosamente il quadro dal vetro rotto, il chiodo, le pareti attorno al quadro, e ancora la finestra e la porta." "L'unica stanza che ancora non abbiamo visto è quella di vostro fratello " concluse Holmes. "Bene, eccola qui. James è il poeta di famiglia." La stanza di James Blackburn offriva un netto contrasto con il resto della casa. Libri di poesia e di letteratura erano mescolati a trofei sportivi, canne da pesca, rocchetti di lenza, un binocolo da teatro, fotografie di celebri attori, locandine teatrali e statue esotiche in una pittoresca confusione. Holmes spese diversi minuti a guardare minutamente ogni cosa, senza però toccare nulla. Anche qui però dedicò una particolare attenzione al vano della porta e alla finestra. Lo seguimmo senza capire, mentre ci diceva: "Ora vorrei esaminare il luogo dove vi trovavate quando avete avuto quell'apparizione. Questo caso presenta elementi del massimo interesse". "Signor Holmes, vi prego, che cosa avete capito?" "Ho molti indizi, ma nessuna prova conclusiva. Per quelle dovremo attendere. Abbiate fiducia in me." Eravamo usciti dalla villa ed ora ci trovavamo accanto alla piccola rimessa delle carrozze. Seguimmo il sentiero che costeggiava un muro di cinta di mattoni ancora in buono stato, liscio e senza appigli. La vecchia casa era parzialmente visibile un po' sopra di noi. "Il cancello che porta direttamente dalla rimessa delle carrozze all'ingresso della casa ora è impraticabile per i lavori. Per questo si deve fare questo giro. Ecco, mr. Holmes, ero qui quando ho visto ... quell'essere." spiegò Blackburn. Superato l'angolo di un rustico, era ora visibile oltre il muro la vetrata della sala dello spettro. Holmes si spostò in avanti di alcuni metri, poi tornò sui suoi passi. Si alzò in punta di piedi per scrutare oltre il muro. Guardò l'orologio che teneva nel taschino e poi fece qualcosa che ci lasciò a bocca aperta. Senza dire una parola, si mise a correre come un forsennato verso l'entrata che dava sul cortile della villa. Blackburn ed io ci guardammo stupefatti. Poco dopo sentimmo la voce di Holmes al di là del muro, leggermente ansante, che ci annunciava: "Meno di un minuto! E non sono neanche particolarmente in forma! Non male, veramente. Ehi, mi sentite, oltre quel muro? Raggiungetemi !" Per quanto abituato alle stranezze di Holmes da anni, egli non finiva mai di stupirmi. Lo raggiungemmo davanti all'ingresso della casa, e lo seguimmo all'interno. "Scusate se vi ho sorpreso scappando in quel modo; è utile sapere in anticipo alcune cose. Ma ora entriamo e vediamo la sala famosa." "Holmes, in nome del cielo, volete spiegarci..." "Dopo, Watson, dopo!" tagliò corto Holmes dirigendosi verso il salone. "Bene, dunque quando voi lo avete visto, lo spettro si trovava davanti a questa nuova vetrata, se ho ben capito? Dove sono io adesso, pressappoco." "Si, Mr Holmes, si muoveva per la sala lentamente, lo sguardo nel vuoto, ed era, Dio mi perdoni, semitrasparente. Vedevo, attraverso di lui, quei libri alle vostre spalle. Poi è diventato sempre più etereo, e alla fine è svanito nel nulla." "Hm, già. Veramente notevole, veramente notevole." mormorò Holmes accanto alla vetrata. Osservò, verso l'esterno, il muro di cinta oltre il quale ci trovavamo poco prima. "Che cos'è quella piccola tettoia accanto al muro?" "È una specie di deposito per i materiali. Richard, l'artigiano che ci sta rifacendo gli infissi lavorava lì, gli ho anche fatto mettere una lampada elettrica, vede? Ma insomma, Mr Holmes, che cosa c'entra questo?" "Forse niente, oggi vedremo. Credo che per ora possiamo smettere e riposarci un po'. È quasi ora di pranzo." Quando voleva, e cioè quasi sempre, Holmes era chiuso come un'ostrica sui casi che stava indagando. Durante il pasto parlò di tutto, ma non ci fornì alcun indizio per capire ciò che pensava di quella casa stregata. Nel pomeriggio James Blackburn tornò con alcuni pesci che aveva catturato e che furono affidati alle cure della cuoca. Poco dopo arrivò Gladys Lovelace, la fidanzata di Stephen Blackburn, con la madre. Il nostro cliente era andato a prenderle col calesse alla stazione, lasciandoci soli per un breve periodo col fratello. Mentre io fumavo e poltrivo nelle comode poltrone di vimini che il nostro ospite aveva fatto preparare all'aperto, sentivo che Holmes stava sostenendo la sua parte col più giovane dei Blackburn. Passeggiavano avanti ed indietro, e Holmes gli chiedeva delle sue attività artistiche, e gli raccontava di suoi immaginari progetti di aprire una piccola azienda nelle vicinanze. Chiese di conoscere l'artigiano che James aveva scovato a Londra per proporgli, quando fosse libero, di lavorare per la Browne & Co., ditta che Holmes si era inventato il giorno prima. I tre parlottarono per un po' gironzolando tra i lavori di restauro, fino a quando l'arrivo della signorina Lovelace non ci costrinse a doveri più mondani. Richard si allontanò, mentre noi ci facevamo incontro alle nuove ospiti di Duncan House. Miss Gladys era più vicina ai trenta che ai venti, e aveva modi vivaci e simpatici, anche se non era proprio una bellezza. Stephen Blackburn ne sembrava innamoratissimo e la lodava e la rimirava in continuazione. Le conversazioni si svolsero su argomenti lievi: il futuro del lavoro del nostro cliente, e il matrimonio dei due fidanzati. Dopo il tè, approfittando del pomeriggio tiepido, ci trasferimmo in giardino per fumare e bere del brandy. La signorina Gladys rimase all'interno della casa, in una stanza vicina alla sala da pranzo, ove si trovava un pianoforte. Dalle finestre aperte la sentimmo iniziare un'aria dolce ed allegra mentre ci accomodavamo tutti sulle poltroncine di vimini in giardino. Trascorsi non più di due minuti, la musica si interruppe di colpo, e ci giunse un breve urlo di Gladys. Ci precipitammo tutti in casa, e trovammo la giovane donna, bianca come un cencio, impietrita sullo sgabello del pianoforte, che indicava con una mano tremante un cartoncino bianco per terra. Holmes lo raccolse e lo esaminò da vicino: si trattava di un ritratto del vecchio zio. "Che cosa è successo, cara?" chiese immediatamente Stephen Blackburn. "Scusate, ma mi sono spaventata come una sciocca.... - spiegò la giovane donna con un filo di voce - stavo suonando quando qualcosa mi è svolazzato davanti agli occhi ed è poi caduto a terra vicino a me.... quella fotografia. Ma non capisco da dove sia arrivata." Holmes stava esaminando la fotografia con una lente. "Nessuno ha mai visto questa foto?" chiese. Tutti negarono. "Mi scusi signorina, mi vuole dire esattamente dove si trovava lei e che impressione ha avuto?" "Ecco, Mr Browne, come ho detto ero seduta al piano. Ho visto con la coda dell'occhio un movimento alla mia destra, a circa a un metro dal suolo, e spostando lo sguardo ho fatto in tempo a vedere il foglio che stava cadendo a terra svolazzando. Ma sono una stupida, deve essere stato un colpo di vento che l'ha spostato!" "Sì, è sicuramente così" disse Holmes, tacitando con un rapido gesto nascosto un tentativo di protesta del nostro cliente. "Ma continui a suonare, la prego; era un pezzo bellissimo. Schubert, se non sbaglio?" Gladys si rincuorò e riprese a suonare. Sua madre si sedette accanto a lei un po' preoccupata, mentre noi tornammo in giardino. "Non c'era un filo di vento, le foglie sono completamente immobili." bisbigliò Stephen Blackburn "e vi erano fogli molto più leggeri davanti alle finestre che non si sono mossi..!" "Stephen, tu pensi ancora al fantasma, vero?" chiese il fratello. "la tua è una ossessione." "Va bene, va bene - grugnì il nostro cliente - sarà stato un colpo di vento.... comunque forse farei bene a cercare veramente una sistemazione diversa per il mio futuro. Insomma, anche per Gladys... io non mi sento tranquillo; sapete, ingegner Browne, come si dice, la prudenza non è mai troppa." "Non prenderei decisioni affrettate, ingegnere. Aspettate qualche giorno. Forse tutto finirà." lo tranquillizzò Holmes. Il pomeriggio trascorse piacevolmente senza altri incidenti. La cena fu altrettanto piacevole e non si fece più cenno al piccolo episodio del pomeriggio. Subito dopo, il nostro cliente, Holmes ed io accompagnammo la signorina Gladys e la madre alla stazione. Quando tornammo a Duncan House era trascorsa ormai quasi un'ora e mezza e il crepuscolo aveva ormai ceduto il posto alle prime ombre della notte. Il residuo tepore della giornata era sparito, e l'aria cominciava a essere umida e fredda. Depositammo la carrozza nel deposito e ci accingemmo a percorrere il viottolo esterno lungo il muro di cinta, che avevamo perlustrato nella giornata. Holmes ci bloccò appena usciti dalla rimessa delle carrozze, e bisbigliando nell'oscurità ci diede alcune istruzioni. "Ascoltatemi bene. Tra pochi istanti passeremo davanti alle finestre oltre le quali voi avete visto quella... apparizione. Camminate normalmente ma parlate a voce un po' più alta. Se succedesse qualcosa non temete; e fate esattamente ciò che vi dirò." Lo vedemmo estrarre il revolver da sotto la sua mantellina e tenerlo in mano. "Ma, Holmes , protestammo entrambi, pensate che vi sia pericolo?" "Direi di no, ma è inutile correre rischi inutili. Comunque potrebbe anche non succedere nulla". Ci incamminammo lungo la stradina, Blackburn e io alquanto timorosi e perplessi, mentre Holmes parlava a voce alta e con tono indifferente di argomenti del tutto convenzionali. Nell'umidità della notte, il suono delle nostre voci si mescolava al rumore dei nostri passi nella ghiaia. Dopo poco rallentammo istintivamente quando ci trovammo all'altezza della finestra del salone in cui il nostro cliente aveva avuto la visione del fantasma. All'improvviso la sala si illuminò di una luce fioca, tuttavia sufficiente a distinguerne con chiarezza il contenuto. Oltre i vetri potevamo scorgere i mobili, gli scaffali dei libri e i quadri. "Guardate signor... er... Browne! Come quella sera!!" Ci fermammo tutti e tre a osservare attentamente le finestre, oltre quel muretto che stavamo costeggiando. Ed ecco, lentamente un'ombra più chiara andò formandosi nella sala. Essa divenne via via più consistente, per assumere infine le sembianze di un vecchio dalla barba bianca, l'espressione assente, che indossava una camicia chiara. La figura era semitrasparente. Attraverso di essa potevo distinguere i quadri sul muro. Ricordo di avere sentito i capelli che mi si rizzavano sul capo, ed un brivido che mi correva per la schiena. "Eccolo!!! " urlò l'ingegner Blackburn. "Lo vedete anche voi? Ditemi che non sono pazzo!!" "Per tutti i diavoli... veramente notevole...!" sussurrò Holmes. "Restate qui e parlate ad alta voce fino a quando vi chiamo!" bisbigliò poi stringendoci le braccia. Dette queste parole, scappò avanti correndo silenzioso sull'erba che costeggiava il sentiero. Ci guardammo stupiti per pochi secondi, mentre una nuova emozione si sovrapponeva al terrore irrazionale provocato da quella visione. La figura del vecchio era sempre nella sala e si spostava lentamente verso la sinistra. Scambiammo alcune esclamazioni di sorpresa, ma subito udimmo la voce di Holmes, invisibile oltre il muretto, ma a pochi metri da noi. "Fermi o sparo! Il gioco è scoperto! Watson, Blackburn, correte!" La figura del fantasma sembrò voltarsi, correre di lato, e accasciarsi: ora se ne vedeva solo la testa. Non capivamo che cosa succedesse. Poi udimmo l'esplosione di un colpo del revolver di Holmes. "Fermo!" gridò la sua voce. Quello sparo sembrò scuoterci. Scattammo come un sol uomo per raggiungere Holmes oltre il muro. Lo trovammo che teneva sotto tiro il più giovane Blackburn e un uomo nel quale riconoscemmo subito il "fantasma". Visto da vicino, capimmo subito che si trattava di Richard, il falegname, il quale aveva indossato una parrucca ed una barba finta, e si era cosparso il volto di cipria chiara. "Ma Holmes - protestammo insieme il nostro cliente ed io - che cosa è questo? Volete spiegarci?" "Non è niente di cui possiate accusarci - intervenne James Blackburn. "Questo è da discutere. - commentò Holmes - Per ora mi premeva che dei testimoni vi vedessero. Holmes rimise il revolver nella tasca della mantella. Nè Blackburn nè Richard si mossero, ormai come sopraffatti dalla sconfitta. "Non avete ancora capito? - chiese poi Holmes, rivolto a noi - Costui è il fantasma, e noi prima lo abbiamo visto riflesso nel vetro della finestra della sala, lievemenete inclinato. Guardate, lo vedete ora da qui?" Aguzzammo lo sguardo, ed in effetti capimmo che il vetro era staccato dallo stipite, ed era leggermente inclinato in avanti. Sembrava incernierato alla parte superiore del telaio, che però era al suo posto, ciò che rendeva il trucco meno avvertibile. "Questo bel tomo, così mascherato, - proseguì Holmes - si poneva davanti a questa specie di tettoia che fornisce un perfetto sfondo scuro. Poi, al momento opportuno, il suo complice aumentava gradualmente l'intensità di questa lampada elettrica; il riflesso nel vetro sembrava far comparire lentamente il 'fantasma' dentro la casa; l'effetto di trasparenza si deve al fatto che il riflesso è pur sempre in un vetro, e non in uno specchio. Ma proporrei di entrare in casa, dove potrò spiegarvi tutto più comodamente. Qui comincia a fare un po' freddo." Stephen Blackburn era sopraffatto dalla sopresa, e non smetteva di fare passare lo sguardo da suo fratello, a Richard, alla finestra truccata. Scuoteva la testa e mormorava di non capire. Poco dopo, grazie agli incoraggiamenti di Holmes, eravamo tutti seduti nella sala da pranzo della grande casa. James Blackburn e Richard evidentemente pensarono che non fosse il caso di tentare reazioni scomposte, e ci seguirono a malincuore, ma si rinchiusero in un aggrondato mutismo. "Caro ingegnere, devo confessarvi che la vostra esperienza, per quanto molto sgradevole per voi, è stata per me un caso interessantissimo. Forse è bene che io tenti di ripetere il corso dei miei pensieri a partire dall'inizio, quando veniste a consultarmi a Londra. Il vostro modo di ragionare, la vostra professione, mi hanno subito dato l'impressione che voi foste una persona razionale e poco incline alle fantasie. Eppure mi parlavate di rumori misteriosi, di figure in giardino, addirittura di mobili che si spostavano da soli. Dovevo ammettere, come prima ipotesi, che ciò che mi dicevate corrispondesse a qualche fenomeno reale che avevate osservato. Ma che cosa di preciso? Forse scricchiolii di una vecchia casa, un vagabondo in giardino, un'ombra scambiata per una sedia che si spostava? Oppure, data la precisione con cui li descrivevate, si trattava proprio di quegli strani fenomeni che - si dice - avvengono nelle dimore infestate dai fantasmi o da Poltergeist? E del resto, se dobbiamo dar retta ai molti medium che la moda dello spiritismo ha moltiplicato, anche durante certe sedute spiritiche si muovono tavolini, mobili e succedono cose strane." "Ma Holmes - interloquii - avevo capito che voi non credete nello spiritismo" "Infatti; non ho detto che ci credo. Anzi, penso che finora nessuno sia riuscito a produrre alcuna prova convincente che questi fenomeni siano reali. Per contro vi sono prove documentate di imbrogli e illusioni. Ma la questione è sottile, e non del tutto chiara nemmeno per me. Vedete, la mia regola è che una volta escluso l'impossibile, ciò che resta, per quanto appaia improbabile, deve essere la verità. Ma nel caso dei fenomeni psichici, ci si vuole fare appunto credere che ciò che si ritiene impossibile è invece possibile. Quindi nell'indagare questi casi si deve parlare piuttosto di spiegazioni molto probabili, opposte ad altre estremamente improbabili perché non dimostrate." Holmes accese la pipa mentre tutti lo fissavano attendendo che continuasse nelle sue spiegazioni. Sapevo che la pipa era in lui un sintomo di umore filosofico. "A un certo punto, però , voi mi avete parlato di uno spettro vero e proprio. Una figura trasparente, capite? Questo è fondamentale. Nemmeno i nostri spiritisti più creduloni hanno mai riportato qualcosa di simile; nemmeno i medium più imbroglioni nelle sedute più truccate hanno mai prodotto nulla più di finti fantasmi ottenuti addobbandosi con dei veli e della garza. Per contro, non ho potuto fare a meno di pensare immediatamente che esiste un luogo a Londra in cui fantasmi trasparenti si vedono due volte al giorno, da anni. La Egyptian Hall." "Ma non è un teatro di illusionismo?" esclamò il nostro cliente. "Esattamente. Lo spettacolo dei fantasmi fu inventato da un certo dottor Pepper, un chimico, grazie a un ingegnoso gioco di specchi. Insomma: le vostre visioni puzzavano di imbroglio. Passai un'intera giornata a girare per librerie e documentarmi su testi di prestigiazione, illusionismo e spettacoli teatrali." Holmes si sporse e prese un volume dal tavolino accanto a lui. "Consiglio a tutti la lettura di questo manuale pubblicato quattro anni fa. La spiegazione degli spettri è a pagina 8. Dunque - proseguì Holmes - sospettavo qualche trucco. Quando esaminai la stanza in cui voi vedeste la sedia che si muoveva, mi chiesi come si sarebbe potuto attuare un simile "effetto". La risposta più logica, se fossimo stati in un teatro era: con un filo nascosto. Forse ricorderete che esaminai la sedia, il tavolo, la porta e i tappeti. Ebbene, su una gamba della sedia trovai un leggero solco; uno simile lo trovai su una gamba del tavolo, e sullo stipite della porta, a un dito dal suolo. Sotto il tappeto era evidente una traccia senza polvere. La logica deduzione da tutto ciò è che un filo era stato attaccato alla gamba della sedia, fatto passare attorno a quella del tavolo, nascosto parzialmente sotto il tappeto, fatto uscire dalla porta per finire in corridoio... e oltre. È bastato tirarlo per fare muovere la sedia. Un filo molto sottile e robusto. Quando vidi le lenze da pesca di vostro fratello ebbi un'ulteriore conferma ai miei sospetti." "Signor Holmes, però io esaminai la sedia e vi assicuro che non vi era alcun filo attaccato. E poi, come possono dei graffi sulla sedia essere una prova?" osservò Blackburn maggiore. "Ah, ma nessuno sarebbe così ingenuo da legare direttamente un filo all'oggetto. Il filo era doppio, e una volta spostata la sedia è bastato tirare uno dei due capi per recuperarlo in una frazione di secondo. Circa il valore come prova di quelle tracce, avete ragione; però quel filo era una delle mie ipotesi. E se si trova la traccia che ci si aspetta, proprio là dove ce la si aspetta, la congettura diventa un sospetto. Le stesse tracce le ho trovate nella stanza dove cadde il quadro. Il chiodo era stato allentato, ed è bastato poco a farlo cadere. E ancora, i medesimi graffi li trovai la notte in cui cadde il busto nel corridoio del primo piano, ricortate? Erano sempre solchi: sullo spigolo del basamento, e poi sullo stipite della porta della stanza di vostro fratello. Solchi puliti, recentissimi: un solco vecchio si distingue nettamente se esaminato con una potente lente, credetemi. Per quanto riguarda il fantasma nella sala, vostro fratello aveva ben studiato la cosa. Una volta chiuso il cancello principale con una scusa, eravate costretto a fiancheggiare quel muretto per entrare in casa dalla rimessa delle carrozze, e a passare davanti a quel lato della casa, e il vetro della sala veniva inclinato, e le luci accese. Poi in giardino, davanti alla vetrata, Richard vestito da fantasma si muoveva un po', illuminato da quella moderna lampada elettrica che proprio voi avevate fatto installare. Bastava regolare l'intensità della luce della lampada, per fare apparire lentamente, o svanire, il riflesso. Come avete visto, l'effetto è stato ottimo. Vi ripeto, è un trucco vecchio di quarant'anni." Richard è stato artigiano e ha lavorato per quasi un anno alla Egyptian Hall; ho controllato. Egli ne conosceva ogni particolare tecnico. Forse ora è meglio che parliate a vostro fratello." Il nostro cliente stette a lungo in silenzio, guardando ora noi, ora il fratello minore e Richard, che non avevano aperto bocca da quando Holmes aveva iniziato a parlare. "James, se non vi avessi visto con i miei occhi non crederei che avresti potuto architettare una cosa simile. Perché dunque hai fatto tutto questo?" James Blackburn sembrò scuotersi. Diede un'occhiata al suo complice, poi scosse la testa, fece un grande sospiro, e si decise a parlare, come rassegnato, o come chi confessi qualcosa di cui si vergogna. "Stephen, questo signore, che non ho ben capito chi è, ha ricostruito tutto esattamente. Tanto vale che ti dica tutto, anche se mi vergogno di averlo potuto fare. Vedi, tu sei sempre stato il fratello bravo, che studiava, faceva funzionare la fabbrica di papà, guadagnava; e io il fratello minore, che scriveva commedie, e faceva il poeta squattrinato. Ora io... ecco, ho scritto una commedia in cui credo molto, e vorrei che fosse rappresentata a Londra, ma non trovo un finanziatore. Ho cercato di spaventarti per convincerti a vendermi questa casa per pochi soldi; poi io col ricavato avrei potuto mettere in piedi questo pezzo teatrale. Sai che i critici mi hanno detto che potrebbe avere successo... Tutta questa storia della casa stregata è cominciata quasi come uno scherzo, poi mi ha preso la mano; ma ora mi rendo conto che se fossi veramente riuscito nel mio intento, sarebbe stata la rovina per noi tutti. Tu non avresti più potuto avviare la tua fabbrica nuova, e io sarei finito ancora al verde. Ah, è inutile, sono il solito fallito." Stephen Blackburn ascoltava il fratello con espressioni mutevoli in cui credetti di leggere sorpresa, dolore, delusione, compassione, forse qualcosa di simile alla tenerezza. Lo vidi inizialmente coprirsi gli occhi con una mano, scuotere la testa, alla fine quasi accennare a un sorriso triste. "James, sono ancora così turbato da tutto ciò, che non so trovare le parole. Vedo che ti sei reso conto che questo 'scherzo' avrebbe potuto costare caro a tutti noi." "Oh, Stephen, potrai mai perdonarmi? ti prego: assumimi nella tua fabbrica come operaio, giuro che lavorerò con te per sempre, e rinuncerò alle mie ambizioni artistiche. " Stepehen Blackburn si alzò, e fece qualche passo nervoso per la sala. Si versò un po' di brandy da una bottiglia che prese da un mobile, e lo bevve in un solo sorso. Questo sembrò calmarlo un poco. Si rivolse al fratello rinfrancato. "James, ascoltami bene. Tu sai che ti ho sempre voluto tutto il bene che un fratello può volere a un fratello. Sai anche che non ti ho mai considerato un fallito. Sarò forse un arido ingegnere, ma non disprezzo chi possiede inclinazioni diverse dalle mie. Devo anche dire che in questo "scherzo" hai anche dimostrato - Stephen si permise un sorriso appena accennato - un notevole talento. Dunque ho deciso di perdonarti, e spero che debba essere la prima e l'ultima volta. Forse hai di me un'opinione peggiore di quanto io speravo, nel qual caso forse è anche colpa mia. Ma voglio dimostrarti con i fatti che non ti serbo rancore; quindi ho deciso di proporti un patto. Finanzierò io la tua commedia, e se avrà successo mi darai una piccola parte degli utili; fingerò che sia un investimento azionario con qualche rischio. Se non avrai successo, io perderò un po' di denaro, ma tu mi devi promettere ora che continuerai a coltivare le tue ambizioni letterarie solo come hobby, e invece per guadagnarti da vivere lavorerai nella mia ditta -anzi, nella nostra, come socio." James Blackburn ascoltava queste parole con espressione di crescente gioia. Alla fine non si trattenne più, e corse incontro al fratello per abbracciarlo. "Stephen, sei la persone migliore che esista al mondo, e ora mi sento ancora più umiliato per essere stato così stupido e cattivo verso di te. Giuro qui solennemente, davanti a Dio e a questi tuoi amici, che manterrò la parola che ora ti do." Osservavo Holmes di sottecchi, e notai che sembrava già lievemente annoiato. Il caso era risolto, la sua sagacia aveva trionfato ancora, e ora questa esibizione di buoni sentimenti non lo interessava più. Non già che Holmes fosse cinico o incapace di sentimenti egli stesso - chi più di me può dire che ciò non è vero? - ma dei sentimenti egli prima di tutto amava studiare l'effetto sul comportamento umano, mentre personalmente riteneva che essi offuscassero pericolosamente quelle capacità della ragione e della logica che egli aveva eletto a sue guide. Il resto della serata trascorse tra i racconti dei due fratelli che sembravano essersi ritrovati dopo una lonatananza di anni. James raccontava della sua commedia, dei trucchi teatrali che aveva scoperto frequentando i teatri di Londra, e anche Holmes intervenne in alcune occasioni per sfoggiare un'inattesa conoscenza dell'argomento, forse frutto dei volumi di illusionismo che aveva di recente acquistato e studiato. Quello che sembrava un caso intriso di terrori soprannaturali si concluse con un inatteso lieto fine di amore familiare. La mattina dopo, mentre stavamo tornando verso Londra in treno, mi ricordai di un particolare ancora oscuro. "Holmes, non avete accennato all'incidente avvenuto mentre Gladys suonava il piano. Era pura suggestione, vero?" "Al contrario: era un piccolo tocco da maestro di James Blackburn. La foto comparsa nell'aria era del vecchio zio, ricordate? Non poteva essere un caso o una fantasia. Se la signorina Gladys fosse stata più ricca - o forse molto più graziosa - avrei potuto anche pensare che il giovane James la avesse in qualche modo circuita come parte del suo piano, e convinta a inscenare la piccola commedia. Ma poiché non credevo a questa ipotesi, dovevo ammettere che Gladys avesse detto la verità e che quel cartoncino fosse veramente caduto a terra davanti a lei all'improvviso. Se questa è stata opera di James, come può avere fatto? Gladys era sola nella stanza, e suonava. La sentivamo tutti; quindi era seduta sullo sgabello e non poteva muoversi. Non c'era vento, e James era in giardino con noi." "Ma allora...?" "Caro Watson, io stesso, senza essere un illusionista, ho pensato ad almeno undici modi diversi per fare muovere un oggetto mentre si è lontani. Ma i metodi semplici sono sempre i migliori. A un metro dal pianoforte, si trovava una mensola, alta circa fino ai miei occhi. Mentre stavamo uscendo da quella stanza, James ha preso la foto, che aveva in tasca, l'ha leccata leggermente, e l'ha appoggiata alla mensola in modo che sporgesse per più di metà. È stata questione di un attimo, e nessuno se ne è accorto. Dopo alcuni minuti, l'umidità della saliva è asciugata e la foto è caduta da sola svolazzando sotto gli occhi della nostra signorina. "Ma dunque avete visto James mentre faceva questo? Perché non lo avete sbugiardato subito? Volevate che prima ripetesse il trucco dello spettro, vero?" "Non l'ho affatto visto. Ma quando ho raccolto la fotografia, ho sentito subito che era ancora molto leggermente umida. Inoltre, annusandola, ho percepito nettamente dell'odore di tabacco da sigaro. James era il solo che stesse già fumando quando stavamo lasciando la stanza. È bastato guardarsi attorno un minuto per ricostruire l'accaduto. " "Meraviglioso!" esclamai. "Elementare" replicò Holmes. Ma vidi che sorrideva compiaciuto per il complimento.



 
The Strand Magazine
 

 
OtherPublications