Si chiama Luigi Garlaschelli ed è professore di Chimica
a Pavia. È lo Sherlock Holmes dellocculto, che
investiga con la scienza. Ha smascherato gli zombie, i fachiri,
la Sindone e i fuochi fatui
di Gian Luca Favetto
TORINO.
Lho visto con i miei occhi. Ero in prima fila, a non
più di sei, sette metri. E poi cera un grande schermo,
dove limmagine veniva proiettata in primo piano. Un signore
di mezza età, media statura, onestamente elegante, un
paio di occhiali con lenti spesse, ha estratto da una valigetta
un chiodo dacciaio lungo quindici centimetri, ha impugnato
un martello, si è messo di profilo e ha cominciato a
colpire il chiodo infilato nella narice destra. Ha sconsigliato
i presenti dal provarci, una volta tornati a casa, ma lui lo
ha fatto. Con semplicità, senza sforzi, né rituali.
Senza magie. Soltanto cinque colpi, lenti e inesorabili. E il
chiodo è penetrato nel cranio attraverso la narice. Gli
è arrivato in gola. E lui, neanche una piega. Poi se
lo è sfilato. Tutti noi abbiamo applaudito. E lui, in
tono pacato, sorridente: «Se lo riesce a fare uno come
me, lo possono fare tutti. Non cè bisogno dessere
fachiri». Non era uno spettacolo, anche se la cosa è
avvenuta in un teatro. Era una dimostrazione scientifica, il
prologo allottavo convegno nazionale del Cicap, il Comitato
italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale.
E quello che ha fatto cose da fachiro senza essere un fachiro
è un professore universitario. Ricercatore a Pavia, volendo
essere precisi. Si chiama Luigi Garlaschelli, aria soave e svagata,
sorriso alla Huckleberry Finn, determinazione da mastino. È
un chimico organico, un tipo geniale e pragmatico, lo Sherlock
Holmes del Cicap, il più accanito investigatore dellocculto.
Uno di quelli che allinizio di giugno si sono ritrovati
a Torino, nellaula magna del Politecnico, per discutere
sul tema: «Ritorna la magia?».
Incontro curioso. Tutto puntato sulla ragione, il buon senso,
la logica, con impeccabili dimostrazioni dellassunto base:
il trucco cè sempre, una spiegazione si trova per
tutto, il paranormale non esiste. Tuttavia a tratti sembrava
dessere capitati in una pagina di Kurt Vonnegut, linventore
di Eliot Rosewater, Kilgore Trout e del pianeta Tralfamadore,
colui che ha scritto capolavori come Perle ai porci, La colazione
dei campioni, Mattatoio 5. Roba da fantascienza.
Il Cicap, invece, è roba di scienza. Il Comitato
italiano per il controllo delle affermazioni sul paranormale,
che ha sede a Padova, è stato fondato a Torino una sera
di ottobre del 1988 da dodici persone riunite al ristorante
Il Mattarello, non lontano dalla Stazione di Porta Nuova. Erano
tutte abbonate allo Skeptichal Inquirer, «Linvestigatore
scettico», la rivista ufficiale del Csicop, il Comitato
americano per lindagine scientifica del presunto paranormale,
guidato dal leggendario James Randi, un ex illusionista votato
a smascherare i trucchi altrui. Da quasi trentanni passa
al vaglio spiritisti, rabdomanti, veggenti, guaritori, astrologi,
visionari, telepati e li bastona con la ragione, li smonta come
ha smontato Uri Geller, quel fattucchiere ciarlatano che anni
fa sosteneva di piegare chiavi e cucchiaini, di far ripartire
orologi guasti e di far muovere lago della bussola a distanza,
solo con la forza della mente, chiuso in uno studio televisivo.
Da quattordici anni la stessa cosa fa il Cicap in Italia. E
mai nessuno che, finora, abbia superato lesame, ricevendo
lattestato di fenomeno paranormale.
Avrebbero dovuto ingannare o convincere Piero Angela, che
quella sera di ottobre del 1988 era seduto al tavolo del Mattarello
con Steno Ferluga, astrofisico, attuale presidente Cicap; con
Sergio Della Sala, neurologo; con Lorenzo Montali, che classifica
e spiega le leggende metropolitane; con Massimo Polidoro, un
ventenne di belle speranze allora, tutto riccioli e volontà,
appassionato di prestidigitazione e illusionismo, poi assistente
personale di James Randi, laureato in Psicologia, che del Cicap
ora è il vulcanico segretario nazionale. Il Comitato
è composto da tredici persone, attorno alle quali ruotano
una decina di consulenti e duemila soci sostenitori abbonati
alla rivista Scienza e Paranormale. Tra i membri onorari e i
garanti scientifici figurano Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia,
Tullio Regge, Margherita Hack e Silvio Garattini. In media smascherano
o, come dicono loro, indagano e portano a positiva conclusione
una ventina di casi allanno, dalle pellicole che non si
impressionano al sogno del giocatore di poker, dalla ragazza
con la vista a raggi x alla veggente di Como, dalla levitazione
immaginaria ai guaritori filippini, da Giucas Casella ai mille
fenomeni di Poltergeist sbandierati in mezza Italia.
I CREDULONI. Racconta Massimo Polidoro: «Molte persone
che si fanno esaminare da noi non sono imbroglioni. Sono sinceramente
sbalordite da cose che accadono loro e non riescono a spiegare.
Per questo concludono che siano fenomeni paranormali. E invece
le spiegazioni esistono, magari insolite, ma naturalissime».
Come ha chiosato Piero Angela in unintervista di presentazione
del convegno: «Locculto è consolante. Ti
garantiscono di parlare con i morti, predire il futuro, guarire
da tutti i mali... In realtà il Cicap non è nato
per attaccare la parapsicologia, ma per difendere la scienza
dagli attacchi della parapsicologia. La differenza sta fra ciò
che si crede e ciò che si sa». Ha rincarato Umberto
Eco in un messaggio video indirizzato agli apostoli della Ragione:
«La credulità è una valvola di sfogo che
dà sicurezza. I creduloni interpreteranno qualunque cosa
voi diciate a favore dei loro pregiudizi».
Stava per essere fregato dai pregiudizi anche Massimo Polidoro,
che dal 1995 a oggi ha pubblicato 17 libri e 200 articoli su
pseudoscienza e paranormale, ha girato lItalia tenendo
conferenze, ha collaborato a programmi come SuperQuark ed è
comparso di frequente in televisione. Spiega: «Allinizio
speravo che le cose di Uri Geller fossero autentiche. Poi ho
letto il libro di Piero Angela, Viaggio nel mondo paranormale,
che è del 1978, e ho scoperto lapproccio giusto
per questi fenomeni, senza spiegazioni preconfezionate: si vuole
soltanto capire come funzionano le cose. Rimango sempre affascinato
dal talento di certi artisti, straordinari maghi che manipolano
lattenzione della gente. Sono ammirevoli». E sorride.
Tra i maghi ammirevoli classificano pure il prodigioso Rol,
Gustavo Adolfo Rol, 1923-1994, un enigma dalla voce chioccia
e dal forte accento torinese. Viveva davanti al Parco del Valentino,
in faccia al Po, in una casa museo, con il mito di Napoleone.
Era ricco, profondamente cattolico, artefice di mille meraviglie,
capace di materializzare e smaterializzare oggetti, essere ubiquo,
leggere il pensiero e i libri chiusi. Si diceva al servizio
di Dio. Non si faceva pagare per i suoi esperimenti. Gli bastava
la stima e il rispetto. Era contento di stupire. Di fare del
bene, notano i suoi sostenitori. Ha incantato, sedotto Einstein
e Mussolini, de Gaulle e Reagan, Fellini, Messori e Ceronetti,
anche il gran signore di Torino, Gianni Agnelli, e lo squadrato
Cesare Romiti. Ma non ha mai accettato controlli, non si è
lasciato testare dalla scienza. «Perché la scienza
non può fotografare lanima», diceva.
Il Cicap lha processato e demolito in un paio dore.
A far da pubblico ministero, Mariano Tomatis, prestigiatore
non ancora trentenne, discepolo di Silvan, laureato in Informatica,
allievo di Piergiorgio Odifreddi, brillante logico matematico
autore di Cera una volta un paradosso. Storie di illusioni
e verità rovesciate. Sul caso Rol, Tomatis ha scritto
un libro ben documentato in cui mette a confronto numerose testimonianze
e svela i trucchi, tutti numeri che Silvan, Copperfield e lui
stesso sanno fare: la scrittura aerea, i quadri che si dipingono
da soli, il martello che levita, il mazzo di carte che si gonfia,
gli oggetti che passano attraverso le pareti.
Mentre il giovane pubblico ministero, che è di Torre
Canavese, provincia di Torino, faceva il suo show, i convegnisti
erano in bambola, completamente ammirati dai suoi esercizi di
ragione e dal suo tono sarcastico. Qualcuno appariva sbigottito,
forse incredulo. Cera chi, in una dimostrazione di scetticismo
al quadrato, dava limpressione di non credere a Rol, ma
di non credere nemmeno a lui. Daltronde era un pubblico
ben preparato, che allingresso del Politecnico si aggirava
fra magliette e borse in vendita con scritte come: «Va
bene avere la mente aperta. Ma non così aperta che il
cervello caschi per terra». Oppure: «Scettico io?
Ne dubito». Un pubblico eterogeneo. Molti giovani, qualche
anziano. Facce pallide e grugni animosi. Abiti scasciati e mise
alla moda. Understatement e affanno. Giacca e cravatta e magliette.
Sandali e scarpe di vernice. La maggior parte con la targhetta
in bella evidenza sul petto che riportava nome e cognome. Tutti
appesi alle conclusioni di Tomatis, che ha saputo essere convincente
tanto quanto spoetizzante.
Ha talento, il ragazzo. Qualche anno fa, architettando uno
scherzo micidiale per dimostrare come si possa fabbricare dal
nulla una leggenda, è riuscito a convincere i suoi compaesani,
parroco e sindaco in testa, di una cosa incredibile: il Santo
Graal, il calice di Gesù Cristo, quello che dicono si
trovi in Etiopia, ma forse è in Canada, o forse negli
Stati Uniti, però magari è a Bari o a Genova,
in realtà è nascosto a Torre Canavese, fra Castellamonte
e Ivrea. Non cè niente da ridere. Nulla da prendere
sul serio. Uno potrebbe anche lasciar perdere il Santo Graal,
se non fosse proprio qualcosa che centra con il Santo
Graal a riconvocare durgenza qui Luigi Garlaschelli, che
oltre a piantarsi chiodi nel naso, mangia il fuoco, dorme sui
letti dei fachiri e, secondo solo a re Artù, ha estratto
la Spada dalla roccia.
Sentite che cosa racconta: «Mi sento un curioso che si
diverte a fare lo scienziato, anche se il termine italiano scienziato
ha della prosopopea: meglio dire ricercatore. Uno che fa scienza,
in effetti, ricerca. Ricerca la verità, le ragioni che
si nascondono dietro un fenomeno misterioso. Vuole capire, non
credere». Di questi tempi Garlaschelli ha voluto o vuole
capire: la leggenda degli zombie con la sua falsa spiegazione
farmacologica; lesistenza e la natura dei fuochi fatui,
di cui è andato a caccia nel cimitero di Pavia per un
paio di notti accompagnato da Polidoro e armato di uningegnosa
attrezzatura da Ghostbuster; il miracolo, destituito di ogni
fondamento, della Sindone; la balla dellomeopatia (cè
un premio da un milione di dollari per chiunque con qualunque
mezzo riesca a distinguere 50 botticini di acqua fresca da 50
botticini di prodotto omeopatico). Infine, ultimo argomento
di indagine: la Spada nella roccia.
IL MISTERO DELLA SPADA ROTTA. «Non è solo una
leggenda inglese», nota. «Esiste veramente una spada
piantata nella roccia, ed è in Italia, in Toscana, a
Chiusdino, trenta chilometri a sud di Siena. È la spada
di San Galgano, un giovane scapestrato che, dopo aver avuto
la visione di San Michele Arcangelo, si fa cavaliere, poi conficca
la spada nel terreno, così che diventi una croce, e accanto
a quella croce si fa eremita. Ci sono una serie di coincidenze
stranissime. Questo Galgano ricorda Galvano, che è un
cavaliere di re Artù. La spada è del 1180 e si
trova nella roccia in cima a un colle, dentro una cappella rotonda.
Nel terreno sottostante, esaminato con il georadar, abbiamo
trovato un sarcofago. Aspettiamo che la Sovrintendenza autorizzi
gli scavi. Tutto risulta contemporaneo ai libri della Tavola
Rotonda». Naturalmente, lui ha estratto la spada. Gli
è rimasta lelsa con un troncone di lama in mano.
La punta non è venuta fuori. Per ora, lhanno reincollata.
E hanno pure scoperto che i muri della cappella sono anteriori
di quasi due secoli alla spada. Mentre lo racconta, Garlaschelli
sorride: «Capisci che questo è un vero mistero?»,
dice. E sicuro: dietro ogni mistero, ben nascosta, trovi
sempre una ragione. È una partita a scacchi, quella
fra mistero e ragione. E quando la partita diventa impossibile,
chiamano lui a muovere i pezzi per conto della ragione. Il mistero
dovrebbe allearsi con Karpov, Kasparov e Fisher per riuscire
a batterlo.